Tra sentimento e azione, tutta la sostanza deI “dottor” Henderson

Aqva Mood, buona la seconda: splendida performance del jazzista americano

Quando, a metà concerto, Eddie Henderson ha suonato “You Don't Know What Love Is”, ballad lanciata da Billie Holiday ma scolpita nella storia dalla voce stordita di Chet Baker, la sensazione è parsa a tutti unanime: quella di mercoledì 15 marzo sarebbe stata una serata da ricordare. Luci calde attorno a uno degli ultimi pezzi di storia del jazz, lieve tintinnio di calici e pubblico perfetto, sintetizzabile in un verso di Marie Ponsot: “il più tenue respiro che dia forma, qui sarebbe di troppo”. Aqva Mood, al suo secondo concerto in rassegna, funziona eccome: l’aria è quella dei jazz club di un certo tipo, la tensione, positiva, che si respira, fa bene a pubblico e musicisti, come confermato da questo secondo appuntamento in cartellone, esito del lavoro messo in opera da Romeo Lioce del Ristorante Aqva e da Nino Antonacci del Moody Jazz.

DALLA BALLAD A CANTALOOP ISLAND. Eddie Henderson, d’altronde, ha mantenuto ogni promessa legata al suo nome: la misura delle frasi suonate è stata la comprova che nel jazz di alto livello, quasi sempre, conta l’esperienza, la storia, la tradizione. Il dottore – giacché ha ripartito vita e carriera sugli insoliti binari della musica e della medicina – ha settantasei anni compiuti, ma suona con il sentimento di un adolescente cui abbiano affidato una tromba per esprimere la propria prima infatuazione. E non è tutto: alla ballad lenta e carica di suggestioni, si sono avvicendati brani di Billy Cobham e Freddie Hubbard, due innovatori del genere con i quali Henderson ha condiviso quel pezzo di storia della musica che dal jazz ammiccava al fusion, fino all’indimenticabile “Cantaloop Island” di Herbie Hancock, “my favourite genious”, come è stato definito dallo stesso front-man della serata che con il grande compositore ha spezzato il pane del successo negli anni ’70.

ODORICI E LA GRANDE SEZIONE RITMICA. Una serata importante che tale non sarebbe potuta essere senza le argomentazioni al sassofono di Piero Odorici, una delle punte più interessanti del jazz made in Italy: alla ballad di Henderson ha fatto seguito una sua interpretazione del genere, questa volta pescando nel repertorio omologo di John Coltrane, artista evidentemente caro, per stile e forma, allo stesso jazzista italiano. Infine, come in ogni concerto jazz ben riuscito che abbia al centro della scena un musicista americano, fondamentale è stata la sezione ritmica “portata da casa”: l’ineccepibile Darryl Hall al contrabbasso e basso elettrico, e il rampante Willie Jones III alla batteria – il “solo” in Cantaloop Island è un compromesso felice di tecnica, pulizia e creatività, e l’applauso del numeroso pubblico presente lo ha sottolineato senz’altro.

di Alessandro Galano


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