Il mare e il sacro. E il Mediterraneo, nello specifico, quale ponte metafisico in grado di unire i due numi ispiratori.
LA PROPOSTA. Può sintetizzarsi così la mostra che Vieste sta dedicando al grande maestro del Novecento Giorgio de Chirico, neanche a dirlo intitolata “Ritorno al Mediterraneo”, inaugurata lo scorso 23 maggio e disponibile sino al 27 settembre presso il Museo Civico Archeologico “Michele Petrone”. Circa cinquanta opere provenienti dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, tra olii, acquarelli, disegni a matita e a carboncino su carta e cartone, più un collegamento “speciale” tra l’artista e quel San Pio da Pietrelcina tanto caro al pubblico garganico. Un’esposizione importante che in questi mesi ha fatto registrare numeri elevati e che fa il paio, non va dimenticato, con l’altra mostra attualmente visitabile presso la suggestiva Torre di San Felice, dedicata a Renato Guttuso, altro grande maestro del secolo scorso.
I CAVALLI. Mare e sacro, s’è detto. Un binomio riscontrabile in alcune opere di straordinaria rappresentatività, tali da restituire l’alto profilo dell’esposizione diretta da Giuseppe Benvenuto, esperto gallerista foggiano che, va ricordato, ha firmato anche la curatela delle mostre viestane dedicate a Banksy e alla pop-art di Wharol, rispettivamente allestite nelle estati ’24 e ’25. In tal senso, spicca la sequenza di dipinti che hanno per protagonisti il cavallo: animale “antico” per antonomasia, sacro per mitologia, precipuamente ellenico per quanto concerne l’arte in senso lato – sia da esempio il fregio sul Partenone che vede cavalli e cavalieri impegnati nella processione delle Panatenee. Sulle pareti del museo viestano, pertanto, opere quali “La spiaggia rosa”, “Cavalli nel tramonto” e lo spettacolare “Cavalli antichi ai piedi di un castello” (un olio su tela 100 x 76,5 cm) raccontano esattamente questo rapporto, esaltato dalla presenza dell’azzurro mare tanto caro all’artista – che, com’è noto, ebbe i natali in Grecia, a Volos, da genitori italiani.
IL CENTAURO. A questi, spingendo ancor più sul mito, si aggiunge anche il poetico “Centauro con amorino”, dove l’essere metà uomo metà cavallo più volte rappresentato dall’artista compare di spalle, in riva al mare, in contemplazione misteriosa, di fatto chiudendo la prima delle due sezioni della mostra, la quale accoglie opere che vanno dagli anni ’40 fino agli anni ’60 (ad aprirla, va sottolineato, un autoritratto meraviglioso datato 1940).
NEOMETAFISICA. Contemplazione misteriosa che trova esaltazione nei lavori presenti nella seconda sezione, non a caso denominata “Il mare della Neometafisica”: una serie di dipinti, acquarelli e disegni che vanno dalla fine degli anni ’60 sino agli ultimi anni della sua vita (è morto nel 1978), e che raccontano l’epilogo artistico di quello che è considerato l’iniziatore – con Carlo Carrà – della pittura metafisica. Un ritorno alle origini, si potrebbe dire, nel quale de Chirico ritrova il suo alfabeto classico – termine non casuale – caratterizzato dalle “piazze d’Italia”, dalle ombre lunghe, dagli interni misteriosi inframezzati da “muse inquietanti”, manichini pensosi e strumenti di misurazione sospesi nel tempo e nello spazio.
DIALOGHI MISTERIOSI. E il mare? Persiste costante, come testimoniano le due tele che, per come sono esposte, rappresentano una sorta di emblematico dittico: “Il figliuol prodigo” e “Il dialogo misterioso”. Nella prima, pertanto, l’elemento acquatico compare entro due brevi vedute che fanno da sfondo alla tela (anche questa un’importante 100 x 80 cm); nella seconda, invece, è lì che bagna la spiaggia che accoglie il “dialogo” tra le due ingombranti figure al centro della scena, entrambe sospese tra un dentro-fuori tipico dell’artista. A queste opere di grandissimo impatto, cui si aggiungono il meraviglioso “Edipo e la sfinge” e l’esemplificativo “Le muse sull’Egeo” (con chiaro riferimento geografico), fanno da contraltare i disegni – alcuni in bianco e nero – degli anni ’70: sorte di minute che variano sui temi cari all’artista, tra oggetti misteriosi, strane vedute e, ancora una volta, cavalli di varia natura.
PADRE PIO. Un “a parte”, infine, merita la trattazione dedicata al rapporto tra il grande maestro e Padre Pio, incentrata com’è sulla tela “La salita al Calvario”, considerata il capolavoro della sua produzione religiosa e oggi custodita a Roma presso la Comunità Francescana di San Francesco a Ripa, nella cui cripta riposa lo stesso de Chirico. L’opera, di cui è presente una riproduzione fotografica all’interno della mostra, è accompagnata da una serie di lavori preparatori (in china, a matita, a carboncino) che evidenziano la relazione che il celebre pittore intratteneva con l’arte sacra – per quanto, come annota il docente Lorenzo Canova nel catalogo che accompagna l’esposizione viestana, per de Chirico “l’arte è per natura sempre sacra, anche quando tratta un soggetto profano”. A celebrare il binomio con il santo amato dai garganici è la celebre fotografia dello studio romano dell’artista, anch’essa in mostra, dove è ben visibile sul ripiano della sua scatola dei colori, insieme a una statuetta lignea di San Francesco e a un’effigie del Cristo, anche un santino di Padre Pio.