La fortuna di un artista risiede nella sua alta riconoscibilità. Nel caso di Mark Kostabi, anche e soprattutto nella sua grande reperibilità. Delle opere su tela – perlopiù a olio – da lui realizzate nel corso di quasi quarant’anni di carriera, infatti, esistono innumerevoli riproduzioni: “pezzi” di vario tipo, litografie e stampe e oggetti prodotti in serie nel suo Kostabi World, lo studio-galleria che dal 1988 sforna i lavori del notissimo artista americano – in pieno stile Andy Warhol.
ALTRO COLPO. A confermarlo è stato lui stesso, sabato 10 ottobre, intervenendo dal vivo in occasione dell’inaugurazione della mostra intitolata “I’ll be there”, a lui dedicata negli spazi della Contemporanea Galleria d’Arte di Foggia, dove ha autografato per il numeroso pubblico non pochi lavori e cataloghi. Ennesimo tassello messo a segno dal direttore Giuseppe Benvenuto, ormai sempre più punto di riferimento artistico tanto in Capitanata quanto in Puglia, come confermano le recenti esposizioni estive realizzate a Vieste, dedicate a Renato Guttuso e Giorgio De Chirico.
FIGURE SENZA VOLTO. E proprio quest’ultimo – insieme a parigrado quali Salvador Dalì e Fernand Léger – risulta essere uno dei principali ispiratori delle opere di Kostabi: nelle diciotto tele esposte a Foggia (ma potrebbero essere già diminuite, visto il successo della serata), quasi la metà richiamano le tipiche atmosfere metafisiche “dechirichiane”. Torri nel nulla, piazze vacanti, archi e scenari immoti compaiono sullo sfondo, a conferire trascendenza alle ormai celeberrime figure senza volto tipiche della produzione dell’artista californiano – anche qui, un richiamo esplicito ai manichini del grande Giorgio. A questi, si frappongono geometrie policrome in stile Piet Mondrian, deserti “daliliani” e inquadrature di luce care al connazionale Hopper.
GLI OGGETTI. A scompaginare le carte, tuttavia, intervengono gli oggetti: telefonini, laptop, tablet che sembrano irretire i protagonisti dei dipinti di Kostabi, come nell’emblematico “I’ll be there” che dà il titolo alla mostra foggiana, dove due innamorati preferiscono il panorama riprodotto dal loro personal computer a quello autentico, e identico, che si affaccia dalla finestra. Oppure gli specchi: sospesi, surreali, posti davanti a figure femminili che si cercano invano, come nel sognante “Harmony Within”, uno dei pochi pezzi datati 2025 (quasi tutti quelli esposti sono del 2026).
DOLCE RESA. Omologazione, incomunicabilità, isolamento: temi che, anche didascalicamente, emergono senza mistero in quadri come “Sweet surrender” (senza dubbio il più impattante), dove la “dolce resa” vede un utente – prima ancora che un essere umano – incatenato allo schermo e a un calice di vino, con tanto di smartphone sottomano. Cifra stilistica di una pop star dell’arte che, dopo il MoMa e il Metropolitan di New York, ha portato un soffio della sua opera anche nel piccolo spazio di Viale Michelangelo, per la gioia dei fortunati che hanno potuto bearsene.