“Presi la bacchetta più economica e la pagai, mentre montava dentro di me una rabbia incontrollata, che dovevo far uscire. Lo fece nel modo peggiore, alla cassa. Dopo il pagamento che mi accertai fosse esatto, senza bisogno di resto, presi la bacchetta e gliela spezzai platealmente in due parti davanti agli occhi, lanciandogli lo scontrino in faccia. Poi uscii dal negozio a passo di carica, prima soddisfatta e subito dopo disperata”.
L’INCANTESIMO. Tutta la determinazione di una musicista alla vigilia del suo esame di ammissione per direttori d’orchestra, al maschile, sì, poiché all’epoca – neanche poi tanti anni fa – era così e basta. Maestro, direttore d’orchestra. Punto. Un lavoro da uomini, per uomini, rivolto agli uomini. Quanto meno – soprattutto – in Italia. Giovanna, anzi Gianna Fratta, come ha sempre preferito essere chiamata, non ci sta: “la bacchetta è per me” dice al negoziante e in quell’atto spavaldo e severo di spezzargli in faccia l’attrezzo, ecco che interrompe anche un incantesimo.
AL FEMMINILE. Lo racconta in “Fortissimo” (Longanesi), la sua autobiografia degli insuccessi – come l’ha definita lei stessa – pubblicata da qualche giorno in tutta Italia e protagonista venerdì 25 settembre, alle ore 18.30, all’Auditorium Santa Chiara, per la prima nazionale davanti al pubblico della sua città, Foggia – città d’origine, in verità, e di ritorno, come racconta nel libro. La Maestra Gianna Fratta – al femminile, com’è ormai riconosciuta nei più importanti teatri del mondo – interviene per la prima volta in veste di scrittrice, con l’orgoglio dichiarato di far partire il suo book tour nel territorio in cui da decenni si batte, tanto come professionista della musica quanto come docente e organizzatrice di manifestazioni di levatura nazionale – la storica Musica Civica, per dirne una, e il neonato e già celebratissimo Gio Festival.
DANZAVA CON LA MUSICA. “Una sorta di storia di tutto ciò che non ha funzionato”: così nelle premesse all’evento, così nel racconto avvincente che ne fa l’autrice. A cominciare dai primi, refrattari anni a esercitarsi sulla tastiera, in un modesto appartamento di una remota città lombarda, fino al rientro in terra di Capitanata alla soglie dell’adolescenza, ritrovando le origini e dischiudendo il talento. In mezzo, a scandire un prima e un dopo, quel primissimo concentro dal vivo nella grande Milano, tra il pubblico, all’età di 9 anni, ufficialmente per applaudire il suo primo maestro di pianoforte – che fu anche la sua prima cotta – e di fatto, fatalmente, innamorandosi di un ruolo. Già, perché l’attenzione della piccola Gianna vira su “quell’omino basso che improvvisamente mi appariva come un gigante, non tanto per il rialzo sotto le scarpe nere, quanto per il modo in cui tutti lo guardavano, per come danzava con la musica, senza suonare assolutamente nulla”.
DOVRESTI FARTI CHIAMARE MAESTRA. È lo “sliding doors” della sua vita, l’inizio di una vocazione che è il cuore stesso del suo racconto, accorato, ironico, sincero più nell’evidenziare le difficoltà che nel sottolineare i successi che, pure, ci sono stati. “È vero, ero stata la prima donna in tante orchestre. Ma fino ad allora cosa avevo fatto per le altre? Niente. Non bastava essere la prima, bisognava non essere l’ultima, tanto meno l’unica”. Fino all’altra svolta, quando è ormai adulta, affermata direttrice che conosce a memoria i ristoranti degli aeroporti di mezzo mondo, cui però manca ancora qualcosa. Un’epifania che, per ammissione dell’autrice, molto deve alla sfrontatezza “rock” del suo compagno di allora – nel libro solo Piero, nella realtà Pelù dei Litfiba. “Dovresti farti chiamare Maestra, sei una donna”.
CAPELLI SCIOLTI. È il preludio al gran finale che arriverà solo nel 2017, in un camerino, davanti allo specchio, quando mancano solo otto minuti alla campanella che annuncia lo spettacolo. Come nella Madama Butterfly – che Fratta ha tante volte diretto con straordinari consensi – nella quale l’eroina pucciniana Cio-Cio-San smette ogni illusione e ritrova a costo della vita la sua identità, così l’eroina Gianna completa la sua trasformazione. Via i fermagli dalla treccia, via il papillon, via la camicia bianca col colletto rigido. Se a dirigere l’orchestra è una Maestra, come recitano contratti e insegne sui camerini, allora che sia una donna a salire sul podio, davanti al pubblico plaudente. Come succede con i grandi gesti che cambiano le cose, quello che fa Gianna sembra poco, invece è tutto. D’altronde, scrive, “le trasformazioni sono così. Accadono nei momenti più inaspettati e con i capelli sciolti”.