All'Istituto Pascal il ricordo dei 44 eroi del campo di prigionia nazista di Unterluss
Martedì 10 febbraio alle 10 presso la biblioteca “Elisa Springer” dell'Istituto Pascal ci sarà un incontro con il dottor Mauro Forcella sui 44 eroi del campo di prigionia Unterluss, tra i quali c'erano anche due foggiani.
UNTERLUSS. Nel cuore della Germania nazista, nel 1945, mentre la seconda guerra mondiale entrava nella sua ultima fase, il nome di Unterluss (oggi Unterlüß, in Bassa Sassonia) divenne uno dei tanti luoghi segnati dalla macchina della deportazione e dello sfruttamento umano. Qui, in un campo di prigionia e lavoro forzato legato al sistema concentrazionario del Terzo Reich, quarantaquattro uomini vissero una prova estrema che li avrebbe consegnati
alla memoria come simboli di resistenza morale e umana.
Erano prigionieri, ma non numeri. Provenivano da contesti diversi, catturati dopo l’8
settembre 1943 o durante le retate nei territori occupati.
Nel febbraio 1945 duecentoquattordici Ufficiali italiani furono obbligati dai nazisti al lavoro
forzato, contro la Convenzione di Ginevra di cui anche la Germania era cofirmataria. Dopo
una settimana di reiterato rifiuto, la mattina del 24 febbraio ‘45 un alto ufficiale delle SS
vista la loro ostinazione procedette alla decimazione, scegliendone 21 per la fucilazione.
Ma un gruppo di 44 impavidi, persistendo nella decisione di non collaborare con il nemico,
chiesero di prendere il posto dei condannati a morte. Di fronte a questo nobile e valoroso
gesto anche il Colonnello delle famigerate SS riconobbe il coraggio eroico di quel gruppo
di ufficiali e acconsentì allo scambio ma, a loro insaputa, tramutò la pena di morte nella
deportazione nel campo di Unterluss, famigerato campo di “rieducazione” al lavoro”.
Nel 1944 furono trasferiti a Unterluss per essere
impiegati nei lavori forzati a supporto dell’industria bellica tedesca, in condizioni disumane:
fame cronica, freddo, violenze sistematiche, malattie e un controllo costante che lasciava
poco spazio alla speranza.
Il campo di Unterluss faceva parte di quella rete capillare di lager e sottocampi che
alimentava l’economia di guerra nazista. Qui la morte non era sempre immediata come nei
grandi campi di sterminio, ma arrivava lentamente, attraverso l’esaurimento fisico, le
punizioni arbitrarie e l’abbandono sanitario. In questo contesto, sopravvivere era già un
atto di resistenza.
I quarantaquattro Ufficiali di Unterluss riuscirono a mantenere la propria dignità.
Condivisero il poco cibo disponibile, si sostennero a vicenda nei momenti di crollo,
cercarono di proteggere i più deboli dalle brutalità quotidiane. In un sistema costruito per
disumanizzare, scelsero di restare uomini.
LA SOLIDARIETA'. Alcune testimonianze parlano di piccoli atti di solidarietà: una parola di incoraggiamento sussurrata durante l’appello, un turno di lavoro coperto per un compagno allo stremo, il
tentativo di conservare un ricordo della propria vita precedente — una famiglia, una lingua,
un nome. In un luogo dove tutto era progettato per cancellare l’identità, questi gesti
assumevano un valore enorme.
L’inverno 1944-45 fu particolarmente duro. I bombardamenti alleati si intensificavano, le
risorse scarseggiavano e la violenza delle SS aumentava. Per i prigionieri di Unterluss, la
speranza di una liberazione si mescolava alla paura di non arrivare vivi alla fine della
guerra. Molti non ce la fecero. Altri sopravvissero, portando con sé cicatrici fisiche e
psicologiche che li avrebbero accompagnati per tutta la vita.
LA MEMORIA. "Ricordare oggi i 44 Eroi di Unterluss - scrivono dalla scuola - significa riconoscere una verità fondamentale: la
resistenza non fu solo armata. Fu anche morale, quotidiana, umana. Fu il rifiuto di
diventare ciò che il sistema concentrazionario voleva imporre. Fu la scelta di restare
solidali quando tutto spingeva all’egoismo. La loro storia, come quella di migliaia di altri deportati, ci interroga ancora. Ci chiede di vigilare contro l’indifferenza, di difendere la dignità umana anche nelle circostanze più difficili, di non dimenticare. Perché la memoria non restituisce la vita a chi l’ha persa, ma può dare senso al loro sacrificio”.