Manfredonia è “Sottosopra”: la Bottega degli Apocrifi racconta la vicenda Enichem, oltre 50 donne in scena
Il contributo della drammaturga Stefania Marrone
La Bottega degli Apocrifi torna in scena con “Sottosopra. La città salvata dalle donne e altri scherzi simili”, una delle produzioni storiche della compagnia pugliese che riprende vita, a quasi vent’anni dal debutto, sabato 11, domenica 12 e lunedì 13 aprile 2026 (ore 21.00), al Teatro “Lucio Dalla” di Manfredonia.
TREMILA DONNE. Con un cast rinnovato e un coro di più di cinquanta donne in scena, che hanno partecipato alla chiamata pubblica del laboratorio teatrale “inSUBBUGLIO”, “Sottosopra” – scritto da Stefania Marrone e Cosimo Severo per la regia dello stesso Severo – torna a raccontare una ferita e un conflitto ancora irrisolto: la vicenda Enichem di Manfredonia, che nel 1988 mostrò a tutti la difficile convivenza tra la città e la fabbrica inquinante. Al centro, la protesta delle 3000 donne contro la fabbrica chimica. Di seguito, pubblichiamo il contributo autografo della drammaturga Stefania Marrone, la quale interviene sullo spettacolo e sul quel movimento straordinario che ha riguardato il comune garganico.
In questo tempo storico che decostruisce il futuro a colpi di semplificazione, annienta gli spazi del dissenso, guarda con violento sospetto alle manifestazioni e invita all’intrattenimento da divano, a Manfredonia Bottega degli Apocrifi sceglie di portare in scena “SottoSopra. La città salvata dalle donne e altri scherzi simili”, con la regia di Cosimo Severo.
SottoSopra è uno di quegli spettacoli che oggi porta il nome di “produzione di comunità”, ovvero un lavoro che coinvolge nel processo di creazione artisti professionisti – in questo caso cinque attrici e attori, una danzatrice, tre musicisti – e cittadini.
Il coro cittadino di SottoSopra sono 55 donne della città di Manfredonia tra i 16 e i 74 anni che da un mese prendono parte al laboratorio inSubbuglio al Teatro comunale di Lucio Dalla, chiamate coi loro volti le loro voci e i loro corpi a rimettere in vita la protesta, anzi, la veglia permanente che dal 1988 al 1990 le donne hanno tenuto accesa indagando la relazione tra la propria città (e quindi il proprio futuro) e il petrolchimico Enichem, arrivato nel 1969 a graziare questo angolo di Sud anelante di salvezza.
Una storia di sud come tante. Un popolo che si trova davanti al nodo salute/lavoro e non crede di avere scelta, come tanti. Una protesta inedita quelle delle donne che in un paese del sud degli anni ’80 si scoprono corpo collettivo e quindi politico, e prendono parola in pubblica piazza.
Oggi, a trentadue anni dalla chiusura definitiva della fabbrica e a cinquant’anni dal suo incidente più pericoloso, che ha portato alla dispersione in aria e nel terreno dell’arsenico necessario al ciclo di lavaggio della colonna dell’ammoniaca, la parola Enichem a Manfredonia è ancora tabù, perché scava dentro ferite aperte. In teatro lo chiameremmo “un classico”.
Le ferite sono quelle di una bonifica mai effettuata, di un tasso elevatissimo di malattie tumorali, della cementificazione di rifiuti tossici sugli scogli di una delle coste più belle del Gargano (si chiamava località Paradiso l’area sui cui è stata costruita la fabbrica). E più di tutto, le ferite sono quelle di una città ancora divisa, di famiglie che avevano al loro interno operai che rischiavano di perdere il lavoro e manifestanti che muovevano più o meno consapevolmente i primi passi verso l’ambientalismo.
È in quel contesto che nasce il Movimento cittadino donne, conosciuto in Italia come il primo movimento eco femminista del Paese e pressoché sconosciuto oggi a Manfredonia.
È una memoria conflittuale ancora in divenire, cioè è materia viva, passata sotto silenzio finché nel 2007 una giovane compagnia teatrale, da poco trasferitasi del tutto irragionevolmente da Bologna a Manfredonia, trova in quella vicenda uno spiraglio di futuro per la città e decide di restituirle la voce.
Nei quasi vent’anni che seguono quella compagnia, che pure gira tutta Italia con i suoi spettacoli, sceglie irragionevolmente ogni giorno di restare qui, di abitare artisticamente una città dentro e fuori il suo teatro comunale, ostinandosi a fare quel che il teatro fa ogni volta che si ricorda di essere teatro: seminare domande, istillare dubbi, istigare relazioni, praticare il dissenso, invitare una collettività a scavare insieme nella complessità.
Stare insieme dentro la complessità. Poche cose ci sembrano oggi altrettanto sovversive.
Da questa sera a lunedì, dopo anni di piazze pugliesi ridotte a location di grandi eventi di passaggio, la protesta viva e permanente si sposta in un teatro, invitando una comunità intera a riattraversare una ferita aperta che nessun grande evento di richiamo è finora riuscito a far smettere di bruciare.