"Tutta la jam che ho dentro e come l'ho riportata a Foggia": Pompilio, il batterista delle jam-session, si racconta

Fabio Pompilio è un artista con una carica d’energia che fa vibrare l’ambiente, come una bomba di emozioni pronta ad esplodere da un momento all’altro.
Trentenne foggiano, cresciuto tra il fermento della strada e le grandi passioni artistiche, musicista eclettico, caleidoscopico, Pompilio applica alla quotidianità la stessa rigorosa passione, ma anche la stessa creatività, leggerezza, voglia di mettersi in gioco che infonde nella musica. Imprimendo, al contempo, musicalità e ritmo ad ogni espressione del suo agire. Un one-man show nato.
Tanto che se non fosse diventato un brillante batterista, attualmente professore in due scuole private di musica, la scuola “Mozart” di Foggia e la “Nuova Scatola Sonora” di San Severo, oltre che componente di svariati progetti musicali, uno su tutti i “Ledio and the Groove Brothers”, avrebbe potuto essere indistintamente un ballerino, un attore, un imitatore, un cabarettista, un rumorista, un cuoco provetto, tutte passioni in cui si diverte ad esaltare il suo straripante estro artistico.
Un mix di ingredienti infine sintetizzato nella passione per la jam-session, cultura che da qualche anno Pompilio ha rifondato a Foggia, allargandola ora anche alla provincia, dopo un decennio non proprio esaltante per la musica live in questo territorio.
Per uno come lui occorrerebbe parafrasare la grande citazione del film “La leggenda del pianista sull’oceano”, trasformandola in: “Quando non sai cos’è…è Jam, amico!”

FABIO, IL RICORDO PIù ORIGINALE LEGATO AD UNA JAM-SESSION DA TE VISSUTA.
Bella domanda. Io per natura sono mancino e quindi suono la batteria con i pezzi invertiti rispetto alla maggior parte dei batteristi. La batteria, infatti, di solito viene ‘montata a destra’. Bene, premesso questo: ero ad una jam a Roma, una decina d’anni fa, nel periodo in cui vivevo lì. Mi trovavo a Trastevere, in uno dei locali più in voga del movimento jam capitolino, mi ci avevano portato amici musicisti della scuola Saint Louis. Pensa che in questi contesti si faceva a gara per esibirsi, per farsi conoscere, in locali come questo suonavano musicisti forti da tutte le parti d’Italia. Per partecipare alle sessioni musicali bisognava iscriversi sulle lavagnette e attendere il proprio turno. C’era molta competizione. Quella sera chiesi se potevo suonare nell’ultima session, in modo tale da invertire i pezzi della batteria senza creare problemi a nessun altro musicista. Non so perché ad un tratto mi chiamarono ad esibirmi prima del tempo, a metà serata. Non me l’aspettavo. Da mancino, mi ritrovai a suonare con la batteria montata a destra. Così, impostai un funky-jazz, stile nelle mie corde, provai a tirare l’acqua al mio mulino. Ma alla fine della sessione non mi resi davvero conto di come fosse andata. Temevo di aver fatto una figura di merda. E invece venne a complimentarsi con me un sassofonista conosciuto nell’ambiente, invitandomi a suonare alla jam successiva.

QUALE METAFORA USERESTI PER DEFINIRE LA JAM-SESSION.
La jam è come il primo giorno d’asilo o di scuola elementare: non conosci gli altri bambini però attraverso la comunicazione, col tuo stile, col tuo modo di comunicare, conosci, interagisci, crei e scambi emozioni, è alla base della vita. Puoi fare lo stesso usando il canale musicale invece del verbale. E questo, con l’unico obiettivo di creare empatia: a volte, durante le jam, capita di suonare, di porsi in ‘interplay’ con un musicista che non conosci, al tuo stesso livello magari, con cui si crea da subito una forte sintonia. Così accade che hai l’impressione di suonarci insieme da molto tempo. Una magia che, quando c’è, il pubblico risponde alla grande, si lascia coinvolgere. E lì inizia il ballo, inizia la danza collettiva.

CHE TIPO DI LIVELLO TECNICO è RICHIESTO AD UN MUSICISTA PER PARTECIPARE AD UNA JAM-SESSION.
Come detto, la jam-session prende piede dal jazz, anche se poi sfocia nei più svariati generi musicali. Si può dire che non si imposta tanto per generi, quanto sul livello dei musicisti. Le più alte performance d’improvvisazione e sperimentazione, certo, hanno a che fare con il jazz e i suoi derivati, generi non da tutti, quindi è chiaro che quando il livello musicale è più ‘popolare’, per così dire, si introducono anche altre strutture sonore, magari più semplici da eseguire. Per chi muove i primissimi passi nella musica, a mio modo di vedere, è più utile entrare in una jam da spettatore, osservare i musicisti di livello più avanzato e continuare a studiare autonomamente finché il livello non diventi sufficientemente adeguato per imparare ad improvvisare, cosa che, come detto, richiede la padronanza di alcuni tecnicismi. Non si può volare senza aver prima imparato a camminare e a correre. Nelle mie jam quando il livello è alto il pubblico risponde alla grande, ma voglio sottolineare che il pubblico foggiano, in generale, si è sempre dimostrato un ottimo sostenitore di questo movimento musicale: indipendentemente dalla bravura dei musicisti si lascia trasportare dall’energia che questo stile comunica.

PARLACI DELLE JAM IN CUI HAI SUONATO, NEGLI ANNI, IN GIRO PER L’ITALIA E L’EUROPA.
Ho avuto il privilegio di suonare nelle jam foggiane dei primissimi anni duemila, successivamente nei templi della jam romana e in Spagna, a Barcellona, dove ho vissuto nel 2008. Ciò che ho notato è che mentre in Italia le jam-session avevano il sapore dell’esclusività, della competizione, quasi come circoli chiusi del jazz composti da musicisti fortissimi, in Spagna si imbastivano jam-session addirittura per strada, si formavano session tra musicisti di strada altrettanto bravi ma probabilmente più aperti allo scambio musicale, all’interculturalità. Qui ho avuto modo di suonare con artisti provenienti da tutte le parti del mondo e probabilmente ho potuto allargare le mie vedute musicali. Indelebili nella memoria, ad ogni modo, restano i miei esordi in questo mondo, grazie al Bellamì di Foggia, dove a 16-17 anni suonai nella mia prima jam: un bravissimo musicista come Nicola Scagliozzi (membro degli “Alfabeto Runico”, affascinante progetto musicale in trio con Marta Dell’Anno e Andre Resce, ndr) nonostante le mie giovani età ed esperienza fece uno strappo alla regola coinvolgendomi, permettendomi di suonare insieme a grandi professionisti della musica locale, provenienti dalle importanti scuole del jazz di Gianni Cataleta e Nicola Iocola: qui, oltre a Scagliozzi, ho avuto modo di conoscere musicisti come Pasquale Pettrone e Michele De Costanzo; frequentavo anche il negozio di dischi del padre, Pino De Costanzo. Tutte persone che hanno rappresentato una grande crescita artistica per me: ricordo che oltre a suonare si parlava di musica, si approfondiva, mi davano consigli. Con alcuni di loro continuiamo proficui rapporti di collaborazione uniti da stima reciproca.

LE DIFFERENZE, SE CI SONO, TRA QUELLE JAM E LE JAM CHE ATTUALMENTE ORGANIZZI.
Le jam che organizzo io da pochi anni a questa parte hanno uno spirito più popolare, più amatoriale, questo anche perché, a mio parere, il livello di composizione jazz si è un po’ abbassato in città. Le ‘mie’ jam-session potrebbero a tratti definirsi karaoke musicali live, in cui si dà spazio anche a generi più semplici da eseguire e a musicisti più inesperti, con lo scopo di condividere musica dal vivo e di avviare sempre nuovi progetti strumentali, cosa che diventa ancor più importante, a mio parere, nell’era del digitale, in cui si può creare un pezzo anche da casa, al computer, in completa solitudine, interessante da un certo punto di vista, ma forse un po’ illusorio se si pensa alle caratteristiche della nuova tecnologia.

FACCIAMO UN TUFFO NEL PASSATO: I PRIMI GRANDI PROTAGONISTI DELLA STORIA DELLA JAM-SESSION.
Gente come Charlie Parker e Duke Ellington, per esempio. Erano anche i tempi di Nat King Cole. Questi mostri sacri della musica, agli inizi della carriera, venivano ingaggiati dai ricchi per suonare ai loro matrimoni, dovevano suonare e cantare le canzoni per i bianchi, la sera però, nei night club, improvvisavano sulle stesse tracce liberando la loro musica, quella che avevano dentro, su standard noti come ‘All of me’, giusto per citarne uno.

QUALI STILI DI BALLO, SE HA SENSO DOMANDARLO, SI SPOSANO BENE CON LA JAM-SESSION.
Di getto direi lo swing, il tip-tap o il boogie-boogie.

PARLACI UN PO’ DI TE: DOVE E QUANDO NASCE LA TUA PASSIONE PER LA MUSICA, QUALE LA TUA FORMAZIONE.
Ho iniziato a muovere i primi reali passi nell’esercizio della musica dopo che mi feci male ad un ginocchio: questo mi impedì di proseguire con la break-dance, disciplina che praticavo in prima adolescenza. Attraverso la batteria capii, però, che potevo continuare a ballare, potevo ballare su quello strumento, potevo creare ritmo. La musica per me è iniziata come passione e divertimento, da piccolo mio padre aveva un negozio di dischi, l’unico che passava le compilation di Natale in 45 giri di jazz-soul-r’n’b: Aretha Franklin, Diana Ross, Stevie Wonder, Ray Charles, Marvin Gayne. La black music. Mi addormentavo nel negozio dischi cullato da quella musica, questi momenti li porto tuttora con me. Parte da qui la mia scuola di formazione.

I TUOI PRIMI INCONTRI CON LA BATTERIA E IL LORO SEGUITO.
Quand'ero piccolo, mia sorella, di qualche anno più grande di me, aveva una batteria, lei la suonava e io ci giocavo, avevo 8-10 anni, poi la vendette, e non ho più toccato lo strumento fino ai 15 anni, catapultato nella prima comitiva rock generazione anni ’80, una delle poche in città, con musicisti come Saverio Morelli ed Enzo Silvestri, tuttora amici e compagni di live (
tra l’altro componenti degli Eastbound, esplosiva band fusion ormai, purtroppo, scioltasi, ndr). Un giorno mi portarono in sala prove, mi misero le bacchette in mano, io iniziai a portare il ritmo e alla fine mi dissero che ero tagliato per la musica e che avrei dovuto continuare a suonare. In sala prove, dopo aver suonato, vedevamo i film di Jimi Hendrix, dei Doors, dei Pink Floyd tutte le sere. Ma il film che più di tutti mi ha ispirato il sogno di diventare musicista è “Music e Graffiti” di Tom Hanks, consiglio a tutti di vederlo. Dopo averlo visto con i ragazzi mi dissi ‘Boom! Voglio suonare anche io!’. Così mi iscrissi al Conservatorio di Foggia, 2 anni nella classe di percussioni. Volevo però specializzarmi sulla batteria, lasciai quindi il Conservatorio e iniziai un percorso di studio in alcune accademie private della musica, tra cui il “Pentagramma” di Bari. Nel frattempo, tante band, progetti e live sono passati sotto i ponti, per arrivare ad oggi, con gli impegni da insegnante in due scuole della musica, a Foggia e a San Severo, e in veste di promotore della jam-session sul mio territorio.

PER CHIUDERE, QUALE LA SODDISFAZIONE PIù GRANDE CHE TI REGALA LA CREAZIONE DELLA JAM-SESSION.
La jam-session è un’occasione di ispirazione e di arricchimento musicale. La mie più grandi soddisfazioni risiedono nelle occasioni in cui giovani che non hanno mai preso uno strumento in mano, o alle prime armi, dopo aver assistito ad una jam, mi vengono a dire di averli ispirati nel voler iniziare a suonare o a creare progetti musicali insieme. E’ già successo, spero accadrà ancora in futuro, sempre più di frequente.

di Fabrizio Sereno


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