Leopoldo Maria Panero: ci lascia il grandissimo poeta

"Bux vs Books" di Antonio Bux

Del 1968 i suoi primi passi editoriali, nei primi dei '70 la consacrazione come uno tra i più geniali poeti del secondo novecento spagnolo e non solo. Più volte accostato ad Artaud, per la sua crudeltà espressiva e biografica, Leopoldo María era un folletto spiritato che ha vissuto la propria vita tra eccessi di alcol, di droghe e di poesia, passando da un manicomio all'altro, da dove ha scritto le sue innumerevoli istanze e migliori poesie, oltre alle sue prose sempre sorprendenti e magiche. Figlio del poeta Leopoldo Panero, fratello di Michi e di Juan Luis, anch'esso poeta, Leopoldo María è risultato l'ultimo testimone di una famiglia votata all'arte della parola e adorata dal pubblico spagnolo, specie dopo l'uscita del film documentario "El desencanto" del 1976 diretto dal regista Jaime Chávarri, a cui fa seguito "Despúes de tantos años" (1994) diretta dal regista Ricardo Franco. 
Rimane un'ombra difficile da proseguire, rimane la testimonianza in versi di un principe della poesia contemporanea, rimane l'ambigua e perseverante sentenza dell'oscuro signore del regno che non c'è. E a noi rimane questo: la luminosa quanto folle parabola di Leopoldo María Panero, "signora" della poesia mondiale contemporanea. 
Propongo alcune poesie da me tradotte, tratte da alcune sue raccolte.
 
 
DISCESA NEL MERKABA

Scenderemo insieme ad esplorare
gli angoli del fallo
quando arriverà l’ora finale, quella di orinare
sul bordo del sepolcro, l’ora di orinare
sulla carta, e sentire come una pistola
il rumore dell’orina sulla tazza
e l’escremento ballare sulle mie tempie.
***
 
Sono un corpo morto, e come il mare
 
mi desidero da solo: ah, la retorica del pianto
 
come direbbe Suor Juana Inés de la Cruz,
 
la meccanica della sofferenza, il puledro
 
azzurro del nulla, il sibilo
 
atroce del nulla
 
mentre immobile, inchiodato alla croce del dolore
 
piango come una vecchia, e sbavo
 
offrendo le mie spalle al nulla:
 
cinquantaquattro chiodi nel corpo
 
di una vecchia, di un vecchietto che piange
 
in fondo alla stanza, accoccolato 
 
accanto al silenzio, di lato nell’oscurità, 
 
senza vedere niente, piangendo.
 
 
 
AUTOPSIA
 
 
Ah perfezione della frusta nell’ombra
 
ah pugnale della disperazione che ancora si conficca
 
in me, lasciando che i fogli di carta
 
disegnino il sangue, e che Gatto Felix
 
mi si accoccoli davanti, dicendomi:
 
sei solo un vecchio assiderato dal freddo
 
sei un vecchio e niente più
 
e come rughe le linee della carta
 
segnalando il cammino
 
alla nave dell’ Isola Che non c’è.
 
 
 
DEDICA
 
Più in là di dove
 
ancora si nasconde la vita, rimane
 
un regno, rimane coltivare
 
come un re la propria agonia,
 
far fiorire come un regno
 
lo sporco fiore dell’agonia:
 
io che tutto l’ho prostituito, ancora posso
 
prostituire la mia morte e fare
 
del mio cadavere l’ultima poesia.
 
 
 
NECROFILIA
 
 
(prosa)
 
 
L’atto d’amore è la cosa più somigliante
 
ad un assassinio.
 
Nel letto, nel suo piacevole terrore, si tratta di cancellare
 
l’anima di chi sta,
 
uomo o donna,
 
sotto.
 
Per questo non guardiamo.
 
Eiaculare è sporcare il corpo
 
e penetrare è umiliare con il
 
bastone l’erezione
 
di un altro io.
 
Cancellare o essere cancellati, fa lo stesso, ma
 
è un momento, andarsene
 
lasciarlo
 
ancora una volta
 
tra le sue labbra. 
***

Sono un corpo morto, e come il mare
mi desidero da solo: ah, la retorica del pianto
come direbbe Suor Juana Inés de la Cruz,
la meccanica della sofferenza, il puledro
azzurro del nulla, il sibilo
atroce del nulla
mentre immobile, inchiodato alla croce del dolore
piango come una vecchia, e sbavo
offrendo le mie spalle al nulla:
cinquantaquattro chiodi nel corpo
di una vecchia, di un vecchietto che piange
in fondo alla stanza, accoccolato 
accanto al silenzio, di lato nell’oscurità, 
senza vedere niente, piangendo.


AUTOPSIA

Ah perfezione della frusta nell’ombra
ah pugnale della disperazione che ancora si conficca
in me, lasciando che i fogli di carta
disegnino il sangue, e che Gatto Felix
mi si accoccoli davanti, dicendomi:
sei solo un vecchio assiderato dal freddo
sei un vecchio e niente più
e come rughe le linee della carta
segnalando il cammino
alla nave dell’ Isola Che non c’è.

DEDICA

Più in là di dove
ancora si nasconde la vita, rimane
un regno, rimane coltivare
come un re la propria agonia,
far fiorire come un regno
lo sporco fiore dell’agonia:
io che tutto l’ho prostituito, ancora posso
prostituire la mia morte e fare
del mio cadavere l’ultima poesia.

NECROFILIA

(prosa)

L’atto d’amore è la cosa più somigliante
ad un assassinio.
Nel letto, nel suo piacevole terrore, si tratta di cancellare
l’anima di chi sta,
uomo o donna,
sotto.
Per questo non guardiamo.
Eiaculare è sporcare il corpo
e penetrare è umiliare con il
bastone l’erezione
di un altro io.
Cancellare o essere cancellati, fa lo stesso, ma
è un momento, andarsene
lasciarlo
ancora una volta
tra le sue labbra.


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