L'onda tellurica di Alfonso Guida: una scossa alla poesia italiana contemporanea

"Bux vs Books" di Antonio Bux

Appunto la biografia di Guida è la sua poesia e viceversa (d’altronde anche Barthes ci dice che la biografia è l’unica storia possibile e confutabile). E la poesia di Alfonso Guida è marchiata da una profonda umiliazione, da apparire così nuda e così splendida in questo suo umiliarsi, in questo suo arrendersi alla terra, per l'appunto, che è impossibile non essere scossi da questo moto ondoso dal quale traspare una vicenda umana sensibile e mistica. Pare un uomo d'altri tempi, Alfonso Guida. Rinchiuso nei suoi dogmi, così profondi e radicati, tanto da fare di se stesso una statua potente, un monumento del pensiero. Dalle sue scelte di vita, di sradicato anche essendo sempre rimasto nel suo habitat naturale (la lucania, San Mauro Forte, il suo paese natale, dove tuttora vive) pare evidente la condizione di esiliato, di straniero nella propria terra. Ma questo esilio il poeta lo vive come una condizione necessaria, come una missione alta, e non come una condanna auto-inflitta. E, anzi, diventa il suo “essere esterno”, radice per l’interno che si nutre e da cui ne viene nutrito.
I richiami a molti maestri in Guida sono evidentissimi; dalla Rosselli a Bellezza, da Celan alla Cvetaeva o ancora la Achmatova, la Sexton. Ma anche dei corregionali tanto amati in passato, quali Scotellaro (a cui fu dedicata una sua prima plaquette) e Beppe Salvia. È la sua regione, la sua terra, quindi, che traspare come un respiro dominante in molti dei versi di Guida. I suoi libri sono veri, pulsano di vita e di bagliori, di immagini paurose e precise. Partendo dai primi due, notevolissimi, pubblicati da Poiesis, piccola casa editrice pugliese ("Il dono dell'occhio" e lo splendido poemetto "Irpinia" che narra del terremoto che sconvolse la stessa nel 1980, secondo me davvero un libro che meriterebbe di essere adottato come testo scolastico) ecco arrivare la conferma di "A ogni passo del sempre", edito da Aragno, nella prestigiosa collana diretta da Andrea Cortellessa, Maria Grazia Calandrone e Laura Pugno. 
In questo "diario in endecasillabi" il nostro poeta ripercorre una serie di esperienze vissute in clinica, rendendo la propria personalissima vicenda uno splendido occhio universale, così lucido nella sua straordinaria follia. 
E dicevamo appunto, dell'umiliazione del poeta, intesa come "estremo sentimento di pudore e lotta" e come "sincera umiltà" che è l'aderenza col reale, con l’humus del naturale,  pur visto e vissuto da un "luogo neutrale", che il poeta abita e frequenta uscendo fuori di sé. E in questi luoghi parla la poesia tellurica, l’onda in versi di Alfonso Guida, dando una scossa, finalmente, alla poesia contemporanea italiana. 
Alcuni segmenti tratti da “A ogni passo del sempre” (Aragno, 2013)
 
*
 
Non abbiamo bisogno d'altro. Luce, 
quanto cerchi nel mio corpo è il calore
di una luce. Un sole pomeridiano
che senza miracolo risorge da
vie dimenticate. Laggiù, i palazzi
bianchi, la recinzione rossa un'altra 
malattia impercettibile cattura 
le donne sedute ai piedi dell'olmo. 
C'è un bel prato e belle le foglie morte.
Sussulto senza pensiero né tregua 
che dice: "sono caduto dal cuore
che ho nascosto tra i rami per vederti.
I rami sono folti, c'è la polvere
dei nidi. Ragiono con me stesso. Tu
mi senti? Non voglio mi ascolti. Dico
cose che intrecciano la lingua al tronco
centenario". Così, il sussulto. Piango 
su una panca. L'olmo è vuoto. Le donne 
se ne sono andate. È un bene, è un male. Tu, 
solitudine, conferma te stessa:
Madre, continua a stare anche in me sola.
 
 
Non è la lentezza celeste di Char.
Ma una confusione madornale, ispida.
Ricevo un trattamento pesante. È 
coscienza questa, è consapevolezza?
Credo sia il tuffo di un alpinista nel 
gorgo. A volte l'ebbrezza sostituisce
la furia, la morte, il dolore (come
sempre). Il vuoto è il solo a prendere il posto
di se stesso. Non c'è contraddizione 
tra quello che t'iniettano e ciò che ti 
dicono. Non nascondono niente. È un 
divieto. Il malato deve sapere. 
Deve poter trasfigurare quanto
non conosce. I suoi contrasti, il feticcio 
dei suoi smarrimenti, il totem dei suoi ardui 
recuperi. Deve poter seguire 
la via dell'eclissi, l'oscuramento 
dei suoi anni, il tremore dei suoi occhi, gli occhi
spenti e incorporei, gli occhi cancellati.
 
 
G. sembra un lottatore di sumo. Una 
maschera turca. Sono stati i vigili 
a portarlo qui. Senza soldi, senza 
documenti, senza sigarette. È 
basso, tozzo, ben piantato. Viene da un 
villaggio dell'entroterra. È irascibile, 
grida, urla, ma non è violento. Sembra 
camminare su un solo piede, parla 
di Berlino, ripete di continuo il
nome di questa città. L'ex Germania 
dell'Est gli ha scolpito il cuore. Era sotto il
Muro - piccione e manganello - quando il
Grande Muro è stato abbattuto. Parla un
linguaggio che è un coacervo d'italiano,
tedesco e dialetto. Appena è giunto nel
nosocomio lo hanno subito messo
sotto sedazione. Ha strattonato uno
dei medici fino a farlo cadere
per terra. Ha sputato contro le labbra
di un'infermiera. Sbraitava contro la 
polizia e le guardie dell'ospedale. 
È stato braccato furbescamente 
con una mano al collo e una alla pancia
dal comandante dei vigili. Gli hanno
frettolosamente iniettato dell'Haldol. 
Si è quietato. Ma temendo che possa
svegliarsi e scappare lo hanno legato al
letto - polsi e caviglie - con due grosse
fascette di cuoio. Lo hanno spogliato.
Da sotto i testicoli una larghissima 
imbracatura di cotone idrofilo.
È tenuto sotto osservazione. Due 
flebo, i legacci, il cuoio traforato.
Ho saputo che ha rotto i vetri di otto
macchine parcheggiate accanto al nuovo 
giardino comunale. G. è un enigma. 
La sua stazza fa ondeggiare il lettuccio
coi grossi lenzuoli dal marchio blu. 
Sembra cullarsi. E dopo quattro giorni
di sonno indotto mi si è avvicinato. 
Voleva del tabacco. Biascicava. 
Le sue bave, i suoi filamenti bruni 
di saliva. Un lenzuolo attorcigliato ai
fianchi (alla maniera del panno con cui
viene raffigurato Cristo). I suoi occhi
smangiati dal sebo, il gonfiore delle
guance color verde-salmone. In certe
giornate, quando comincia a parlare 
da solo sotto il pilastro, cerco in lui
le tracce del mio stato immaginario:
senza ossa, retto in piedi da una sola
massa di carne che a volte si srotola
sull'ammattonato fino a mutarsi in 
una trottola piena di pulviscolo,
macchie e lividi. Parla di stregoni, 
chiaroveggenti, di un pezzo di Muro 
che tiene a casa come una reliquia.  
"Hai lasciato l'anima a Berlino", gli 
dicono spesso i malati del nostro 
reparto. Ride. Già, in quel tratto, ride. 
Ridiamo tutti. "Berlino è nel secchio
della pattumiera e lì deve stare",
dice, guardando la televisione. 
 
 
*
 
Ci sono tornato più volte. Né una 
parabola né un digesto. È un lavoro
quello delle diagnosi che spetta alla
sapienza ordinatrice di chi vive
fuori da certi schemi o addentellati. 
Chi sono gli astinenti? Coloro che
si sono messi in testa di guarire?
Di arrampicarsi alla fede cadendo
nella trappola di una religiosa 
cecità? Questi si fanno offuscare 
da Dio, dal Volto Santo, da una specie
di misticismo ondulatorio che sta
tra una speranza già acquisita e un verbo 
che potrebbe essere "ingannarsi"oppure
semplicemente "mentire a se stessi"?
Falsa menzogna. Vera è soltanto una 
liberazione aggressiva, un respiro
senza pioli. "Ha i soldi necessari per 
la riparazione del suo io?", mi ha detto in
sogno l'archiatra poche notti fa. Non 
serve una scala di corda né un chiodo.
Fare del fondo una sedia di giunco.
 
 
C'è forse una parola che ogni frase
tenta di prendere al volo. Un segugio 
che ha sorpassato tutte le uste e ancora
continua a camminare fiutando la 
giravolta del suo stesso cranio. Una 
casa mangia i suoi contorni. Cancella
tutto del suo impianto. Entrare, uscire. Anche 
l'ansia del perché è di fondere il proprio 
corpo col muro. È il crucifige di altre
memorie, di altre condanne faziose. 
 
 
Alfonso Guida (1973) è nato e vive a San Mauro Forte, in Lucania. Nel 1998 vince il premio Dario Bellezza per l’opera prima con la raccolta Il sogno, la follia, l’altra mortea cura del Laboratorio delle Arti di Milano. Nel 2002 vince il premio Montale con la plaquette Le spoglie divise (Quindici stanze per Rocco Scotellaro). Suoi versi sono apparsi su diverse riviste e antologie italiane, fra le quali «Poesia». Ha approfondito in particolare l’opera di Dario Bellezza, Amelia Rosselli e Paul Celan. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Il dono dell’occhio e, nel 2012, Irpinia.


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