Dal rilievo penale al caso Stranger Things: le scuole di Foggia a lezione per dire "Stop bullismo"
Un invito alla consapevolezza e alla responsabilità. E' stato questo il senso dell'intenso incontro formativo, tenutosi il 17 gennaio nell’Auditorium Murialdo di Foggia, alla presenza di studenti e docenti.
Un appuntamento inserito nel progetto “Diciamo BASTA al Cyberbullismo” che vede
coinvolte in rete le scuole Liceo scientifico Volta, capofila, l'istituto Pascal e le scuole
di primo Grado Murialdo e Bovio, guidato dai referenti prof. Michele Chinni e
prof.ssa Katia De Carolis.
La partecipazione degli studenti è stata uno degli elementi più significativi
dell’evento: dopo i primi minuti di timidezza, l’atmosfera si è trasformata in un vero
dialogo, fatto di domande, dubbi, riflessioni e scambi diretti con i relatori.
Una disponibilità all’ascolto e alla crescita che si inserisce nello spirito delle dirigenti
scolastiche presenti,Ida La Salandra e Roberta Procaccini, sempre attente a favorire
iniziative rivolte agli studenti e alla loro crescita.
NORME E TECNOLOGIE. Il primo intervento è stato affidato al professor Edoardo Messineo, accademico e
ricercatore presso l’Università Mercatorum di Roma, dove insegna Filosofia del
diritto, oltre a svolgere attività didattica presso il Dipartimento di Giurisprudenza
della LUISS Guido Carli
Il suo contributo ha aperto prospettive profonde sul tema della violenza, del bullismo
e della libertà individuale.
Messineo ha parlato con un linguaggio diretto e senza filtri, mettendo al centro un
concetto chiave: la libertà come possibilità di cambiamento.
Per raccontarne la fragilità, ha ricordato una visita in un istituto penitenziario
minorile. A Giorgio, detenuto da tre anni, fu chiesto cosa fosse per lui la libertà.
Mentre qualcuno rispondeva con definizioni impeccabili ma lontane dalla vita, il
ragazzo spiegò che per lui la libertà era poter bere da un bicchiere di vetro, perché in
carcere non era possibile farlo.
In quelle parole, ha spiegato Messineo, c’era tutto: la libertà come presenza, come
gesto minimo, come miracolo quotidiano che riconosciamo davvero solo quando non
lo possiamo più compiere.
Uno dei momenti più intensi è stato quando ha descritto la condizione psicologica
della vittima come una sorta di “prigione”: «Chi subisce violenza può convincersi di
essere lui lo “sbagliato” e così la sua libertà si restringe, compromessa dall’immagine
negativa che sente riflessa su di sé.
Ed è per questo che la riparazione, il saper chiedere scusa, non libera soltanto chi ha
fatto del male, ma restituisce identità e libertà anche a chi quel male lo ha subito».
Il suo intervento ha aperto spiragli profondi sul senso della libertà come forza di
cambiare, di prendere le distanze da ciò che crediamo di essere.
Messineo ha insistito su un punto forte:
«Nessuna persona che opera violenza lo fa perché è sicura. La violenza nasce dalla
paura: paura di sé, del giudizio, della propria instabilità interna».
Il dialogo con gli studenti si è acceso progressivamente.
Una domanda, posta con coraggio da uno dei più piccoli presenti, senza il timore del
giudizio, lo ha portato a sottolineare il valore dell’autonomia personale:
«Quando fai una domanda anche se hai paura del giudizio, dimostri libertà. Un bullo
non può essere libero, perché non è sicuro di nulla — e poi ha concluso — Tu non
potrai mai essere un bullo perché non hai avuto timore» uno dei momenti più
emozionanti ma non isolato.
L’auditorium ha accolto queste parole con un silenzio intenso seguito da un lungo
applauso.
LA TUTELA GIURIDICA. Da collegamento esterno, l’evento è proseguito con l’intervento di Vincenzo Bafundi,
magistrato presso la Procura della Repubblica di Foggia, impegnato quotidianamente
nei procedimenti legati alla violenza di genere, ai maltrattamenti e ai fenomeni di
bullismo.
Il relatore ha invitato i ragazzi a considerare il bullismo non come un gesto isolato,
ma come una realtà “prismatica”.
«Che vuol dire prismatica? Come il prisma: ha più facce, quindi è una realtà
sfaccettata. Il bullismo, come la violenza, può manifestarsi in forme diverse: violenza
fisica, quando qualcuno ti picchia o aggredisce; violenza psicologica, quando ti
insulta; violenza morale, quando ti esclude o ti tratta come se non avessi valore».
Un’accezione più ampia, dunque, dove si inserisce la violenza del bullismo
«Il bullismo si caratterizza per la sua continuità e soprattutto per la sua intenzionalità
perché l’obiettivo non è un episodio isolato, ma distruggere o sottomettere
qualcuno— sottolinea il procuratore.
«Questo fenomeno si caratterizza anche per il pubblico: il bullo esiste finché c’è un
pubblico che condivide il suo punto di vista. Per questo il bullo funziona: ha un
pubblico che lo sorregge e che gli restituisce il suo ruolo di potere».
Poi l’affondo antropologico, che ha colpito molti studenti:
«A livello antropologico noi siamo l’immagine che gli altri ci restituiscono di noi.
L’identità si costruisce nella relazione. Noi valiamo nella misura in cui gli altri ci
rimandano l’immagine che ci aspettiamo».
Da qui il magistrato ha spiegato come questo meccanismo influenzi il fenomeno del
bullismo.
«Questo meccanismo crea la forza del bullo e, allo stesso tempo, la fragilità della
vittima.
Ed è proprio per questo — ha ricordato — che la legge definisce il bullismo come
una forma di pressione: il bullismo limita la libertà della vittima perché qualcun altro
decide al suo posto».
Una lettura lucida e profonda che ha mostrato agli studenti come questa dinamica non
sia affatto una “bravata”, ma un sistema sociale complesso che si alimenta di
complicità e consenso, e che può essere disinnescato solo collettivamente. A
conclusione del suo intervento, si è verificato anche un momento particolarmente
toccante: un ragazzino molto giovane ha preso la parola per porre una domanda
partendo da una sua esperienza personale, legata a una caratteristica che talvolta lo fa
sentire diverso o frainteso. Con grande sincerità ha raccontato come questo aspetto di
sé, non sempre compreso dagli altri, possa diventare motivo di difficoltà nelle
relazioni.
Le sue parole, semplici e autentiche, hanno commosso l’intera sala e hanno mostrato
con forza quanto il tema del bullismo attraversi la quotidianità dei ragazzi.
IL CASO STRANGER THINGS. A fare da moderatore dell’intero incontro, è stato il giornalista Piero Russo, che con
competenza e sensibilità ha accompagnato i diversi interventi, facilitando il dialogo
tra relatori e studenti. Conosciuto per la sua capacità di leggere i fenomeni sociali
attraverso il linguaggio dei media, Russo collabora con testate locali e nazionali e
offre da anni un osservatorio lucido sul rapporto tra narrazione mediatica e
comportamenti giovanili.
Nel suo intervento conclusivo, “Bullismo e media. Il caso Stranger Things”, ha
mostrato come la serie dei fratelli Duffer utilizzi il linguaggio del fantastico per
raccontare la paura, l’emarginazione e i conflitti interiori degli adolescenti.
Gli è stata rivolta una domanda diretta se i programmi come “Stranger Things” siano
utili per sensibilizzare o rischiano di spettacolarizzare il bullismo.
La risposta è stata chiara: «Tutti i programmi hanno una chiave di lettura, soprattutto
quando finiscono sui social. L’intento dei fratelli Duffer era sensibilizzare. Vecna, il
principale antagonista di Stranger Things, non è un mostro vero: è il mostro che abita
nella mente dei ragazzi. Parlarne non spettacolarizza il bullismo: lo rende visibile e
aiuta le vittime ad aprirsi».
Russo ha concluso ricordando che i media non creano i bulli, ma possono offrire
strumenti narrativi per riconoscere ciò che si vive e trovare il coraggio di parlarne.
IL PROSSIMO INCONTRO. Il percorso proseguirà con l’incontro, nelle prossime settimane, del movimento
MaBasta di Lecce, che condurrà un laboratorio nelle classi per approfondire il
bullismo e studiare strumenti di prevenzione. (Cinzia Rizzetti)
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