L'intervento di Davide Grittani sulla tragedia dell’anziano foggiano, investito da un monopattino e deceduto dopo una settimana
Sulla tragedia occorsa all’anziano foggiano, investito da un monopattino e deceduto dopo una settimana di agonia a causa delle ferite riportate, ospitiamo l’intervento dello scrittore e giornalista Davide Grittani (collaboratore del Corriere del Mezzogiorno e dell’Istituto dell’enciclopedia italiana Treccani).
IL BARATRO MORALE. Vincenzo Mazzone, l’88enne foggiano investito e ucciso da un monopattino guidato abusivamente da un tredicenne, non è una vittima della fatalità ma del baratro morale in cui è precipitata la città. Chi ne scrive era suo congiunto, ragione per cui non esprimerò pareri sulla dinamica dell’incidente o sull’inchiesta in corso, limitandomi alle considerazioni etiche che ho chiesto a questa testata di ospitare.
Poteva succedere ovunque, si potrebbe eccepire. Episodi anche più gravi si sono verificati altrove, senza sollevare lo stesso clamore. E potremmo anche trovarci d’accordo, se non fosse che questo caso è destinato a fare storia – suppongo anche giuridicamente – e che il punto davvero cruciale di questa vicenda non è come (sia potuto accadere) bensì cosa (è accaduto): la morte di un uomo perbene cagionata da un minore. Cos’altro deve succedere per suscitare una reazione? Cos’altro deve avvenire, prima di ammettere che l’anima della città (intesa come specchio identitario) forse è perduta per sempre? Abbiamo lasciato che il crescente degrado generasse altra povertà educativa, che le baby gang condizionassero la libera circolazione dei cittadini, che l’assenza delle istituzioni (grottesca la Questura di Foggia, che incrementa i controlli quando ormai il saccheggio di Santa Chiara è compiuto) venisse eternamente giustificata dalla carenza di personale, che i monopattini si sostituissero ai libri, che il ricorso alla violenza divenisse magistero.
L’omicidio stradale di Vincenzo Mazzone non è che il saldo del decadimento che tolleriamo fino all’abitudine. Riadattando per l’occasione l’orazione civile tenuta da Moravia ai funerali di Pasolini, si potrebbe dire che «quando sarà finito questo secolo saranno in pochi a essere ricordati come persone perbene… ». Ecco, chi ha vegliato sul suo straziante congedo non ha potuto far altro che sovrapporre metaforicamente il suo sacrificio all’esilio della gente perbene, confinata ai margini da un’indifferenza (oltre che dall’inconsistenza di chi l’amministra) che si fa oltraggio, umiliazione. Invece una comunità davvero sana dovrebbe proteggere la gente perbene come lui, incoraggiarne la resistenza civica, accudirne la normalità affinché contagi le nuove generazioni con la forza della gentilezza («… l’unica rivoluzione ancora possibile» come scriveva Mattia Torre). Nulla di tutto questo sarebbe stato se fosse morto in un letto, ma siamo arrivati fino qui perché chi ha assistito al lacerante ecce homo di una persona così (riservata, misurata nei toni e nei modi, intellettualmente curiosa, amante della lirica e della letteratura, almeno fino a quando la vista gliel’ha permesso) in realtà ha deposto dalla croce uno dei tanti Cristi sacrificati a questi tempi bastardi. Qual è l’eredità di un uomo perbene? Tanta amarezza, che non muterà in vendetta proprio grazie alla lezione di civiltà impartita suo malgrado da Vincenzo Mazzone (ricordato dal personale sanitario che ha provato a salvarlo come il paziente che ripeteva «per cortesia, la ringrazio… »). Ma anche un po’ di speranza. Che non sia stato tutto invano. Che la giustizia cicatrizzi almeno in parte il dolore. E che il giovanissimo imputato di questa tragedia provi a emanciparsi dall’infelice pedagogia che ha macchiato la sua vita, per sempre.
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