Il Cuore oltre il confine: Jole e Mario, una squadra tra servizio e missione...
C’è una Foggia che non si arrende al cinismo, una Foggia che viaggia, soccorre e
cura. Al centro di questo racconto ci sono Jole Figurella e Mario Ilio Guadagno:
non solo una coppia nella vita, ma un vero e proprio "nucleo operativo" della
solidarietà.
Lei, sanitario di elisoccorso, psicologa e anima dell'associazione Il Cuore Foggia,
trasforma il dolore in speranza attraverso la clownterapia e il supporto clinico.
Lui, soccorritore 118 e presidente di E.R.A. Foggia (European Radioamateurs
Association), è l'uomo dei collegamenti radio e della logistica d’emergenza, il braccio
tecnico che permette alla solidarietà di muoversi su terreni impervi.
Dalle missioni umanitarie al confine con l’Ucraina fino ai silenziosi corridoi degli
ospedali foggiani, Jole e Mario rappresentano due facce della stessa medaglia: la
competenza professionale messa al servizio dell’emergenza e la sensibilità umana
capace di restare accanto a chi ha perso tutto.
La loro ultima missione a Crans-Montana, in Svizzera, intrapresa a titolo personale,
rispondendo all'appello della Federazione degli psicologi, è l'ennesima testimonianza
di come il volontariato foggiano sappia parlare un linguaggio universale, fatto di
presenza, competenza e, soprattutto, di un cuore che non conosce confini geografici.
LA PRESENZA SILENZIOSA. Jole, hai definito la tua missione a Crans-Montana come una 'presenza
silenziosa'. In un contesto di così profonda tragedia, come sei riuscita a
trasformare il silenzio in supporto psicologico per i sopravvissuti? «Il silenzio è stata la prima cosa che ho notato arrivando sul posto; mi ha
profondamente impressionato sentire il vuoto di una città diventata quasi "fantasma".
Questa assenza di suoni era predominante e tutti parlavano a bassa voce. Ovunque,
nelle strade, nei negozi, in albergo, si era assunta spontaneamente una “modalità
silenziosa”». Jole riferisce di aver riscontrato quel silenzio anche nelle emozioni delle persone
incontrate: molti preferivano restare chiusi nel proprio dolore senza parlare. Come
psicologa, ha ammesso di aver provato inizialmente un senso di impotenza; sono stati
i colleghi sul campo a incoraggiarla a restare, facendole comprendere l'importanza
fondamentale di una presenza discreta.
«Con il passare del tempo lo scenario è cambiato: è emerso un fortissimo senso di
colpa in chi era sopravvissuto o in chi si tormentava per le scelte fatte quel giorno.
Ricordo lo strazio della proprietaria del locale che, proprio in concomitanza con il
mio arrivo e dei funerali, rilasciò un'intervista tra le lacrime ricevendo però molta
incredulità. In quel momento, la rabbia era il sentimento che accomunava tutti».
Jole racconta come siano state numerose le situazioni in cui il silenzio ha preso il
sopravvento, sia durante l'ascolto di chi sentiva il bisogno di aprirsi, sia quando a
comunicare era soltanto un abbraccio. In quel contesto, la sua presenza si è
trasformata in una forma di cura per chiunque avesse la necessità di essere ascoltato.
Nelle ore successive, insieme agli altri psicologi dell’emergenza, ha incontrato molti
ragazzi: amici dei giovani coinvolti, feriti o che purtroppo non ce l'avevano fatta. Ha
raccolto le loro testimonianze, racconti terribili e così carichi di dolore da risultare
quasi insostenibili.
Proprio accanto a quel locale dall'aspetto anonimo, ben lontano dal prestigio delle
mete d'élite, sorge una sinagoga. Nel fragore dell'esplosione, quel dettaglio ha
alimentato immediatamente il sospetto di un attentato: è il ricordo vivido di un
testimone, un frammento di memoria di chi ha vissuto la tragedia sulla propria pelle.
Il tuo taglio di capelli per i giovani ustionati è stato un gesto di rinascita dopo la
tua battaglia con la chemioterapia.Come si intreccia la tua storia personale con
la missione di ridare speranza a questi ragazzi?
«Una domanda tosta, profonda, una di quelle che ho sempre evitato, ma a cui oggi
sento il bisogno di rispondere. Perdere i capelli per la chemio è devastante, molti
sminuiscono, considerandolo un fatto estetico o temporaneo, senza comprendere che
è la perdita della propria identità riflessa. So cosa significa per i ragazzi di Crans-Montana doversi guardare allo specchio dopo un trauma così violento. Per questo ho
abbracciato questa iniziativa con tutto il cuore e l’ho sentita subito mia».
Ti aspettavi che il tuo appello mobilitasse l'Italia intera con oltre 200 trecce
raccolte in pochi giorni?
«Assolutamente no. Dietro ogni treccia c’è una storia che ho ascoltato personalmente;
conosco i nomi e la provenienza di ogni donatrice. È un gesto dal valore umano
inestimabile che ha travalicato i confini nazionali. Al momento le trecce raccolte sono
più di 400 e stanno ancora arrivando. Le eccedenze andranno ai reparti oncologici». Un’iniziativa nata quasi per caso sul campo, di cui Jole è diventata, quasi
spontaneamente, il punto di riferimento. Un moto di solidarietà che, grazie a un
fortissimo risalto mediatico, ha trasformato un gesto locale in un caso di risonanza
nazionale.
Il legame tra Jole e Mario non si esaurisce nell'affetto privato, ma diventa uno scudo
contro l'usura emotiva di un lavoro logorante. Siete una squadra nella vita e nel soccorso. Quanto conta avere al fianco un
compagno che capisce il valore del sacrificio e del trauma senza bisogno di
parole quando tornate a casa? Jole: «È fondamentale avere accanto qualcuno con cui condividere ogni cosa. Non si
tratta solo di lavoro: nel nostro caso significa potersi confrontare apertamente anche
sulle proprie insicurezze. Oltre all'amore, avere in comune le stesse passioni e portare
avanti insieme iniziative che ci entusiasmano, è ciò che ci dà forza». Mario: «Da uno a dieci, conta cento. Non esiste una misura precisa per descrivere
questo supporto. Lavorando entrambi a stretto contatto con la sofferenza, il rischio è
quello di diventare cinici; invece potersi capire al volo, senza bisogno di troppe
parole, è la nostra difesa principale contro il burnout. Tra di noi è quasi impossibile
che accada: per quanto le situazioni che viviamo siano dure, stare insieme ci permette
di lasciare fuori dalla porta di casa i carichi emotivi più pesanti». L'amore per i viaggi e la dedizione all’impegno umanitario sono il terreno su cui il
loro "fare squadra" si estende all’intera famiglia. Un legame profondo che coinvolge
anche il figlio di Jole, Jacopo: anch’egli operatore sanitario e molto legato a Mario,
ne condivide lo stesso spirito di servizio partecipando attivamente alle missioni. Una
complicità così autentica da trasparire con naturalezza anche all’esterno.
Questo equilibrio non resta confinato tra le mura domestiche, ma si riflette
pienamente nella loro operatività sul campo. Per Mario, in particolare, la gestione
dell'emergenza è una sintesi perfetta tra preparazione tecnica e attitudine interiore. Cosa spinge un uomo con la tua esperienza a mettersi costantemente in prima
linea, e quali valori cerchi di trasmettere ai nuovi volontari della Protezione
Civile? «Fare volontariato è una condizione interiore, un sentimento personale. Non tutti
sono disposti a donare senza ricevere nulla in cambio. Avvicinare gente che abbia
questo valore, che voglia dare qualcosa agli altri con empatia, è fondamentale.
L’amore verso il prossimo è essenziale, ma alla base di tutto deve esserci il rispetto
per la persona: questo è il valore cardine». Mario, come presidente di E.R.A. Foggia, coordini spesso interventi in cui la
comunicazione e la prontezza operativa sono vitali. Qual è la sfida più grande
che un volontario di Protezione Civile deve affrontare quando si trova a operare
in contesti internazionali o in scenari di crisi dove le certezze vengono meno? «Partiamo dal presupposto che non tutti i volontari sono adatti all'emergenza. Più si
sale verso il vertice della piramide dei ruoli, più la preparazione richiesta diventa
elevata. Lo spirito di adattamento è una componente essenziale per un buon servizio,
così come una solida preparazione teorica e la professionalità. Spesso, infatti,
subentra l'aspetto psicologico: non tutti sono disposti a fare sacrifici, abituati come
siamo agli agi della vita quotidiana». Mario sottolinea la necessità di competenza, formazione e, soprattutto, una profonda
consapevolezza delle condizioni reali in cui si andrà a operare. In scenari estremi
come terremoti o alluvioni, la realtà è fatta di fango e tende, non di alberghi; significa
convivere con l'umidità addosso senza potersi asciugare e saper gestire l'imprevisto
con mezzi limitati. È in questi momenti di privazione che la tenacia del volontario
viene messa alla prova, distinguendo chi è realmente pronto a servire in prima linea.
Se Mario è la struttura operativa, Jole è l'anima che agisce sulle ferite invisibili. Jole, dal 2014 porti avanti Il Cuore Foggia: quanto è importante la figura del
'clown dottore' nel percorso di guarigione, specialmente per i pazienti più
piccoli, e qual è il prossimo obiettivo per 'umanizzare' la cura negli ospedali
della nostra città? «La figura del clown dottore è essenziale in ambito ospedaliero, anche se purtroppo
non viene ancora pienamente percepita come parte integrante dell’equipe medica.
Formiamo operatori capaci di spaziare dalla musicoterapia all'arteterapia: ogni
stimolo è prezioso per trasformare le emozioni negative in positività, non solo per i
piccoli pazienti, ma anche per gli anziani attraverso attività ludico-motorie». Jole e Mario rappresentano un incrocio di vite dove la logistica incontra la psicologia.
Mentre Mario garantisce, con E.R.A. che la macchina dei soccorsi non si fermi mai,
Jole agisce sulle ferite dell'anima con quella "cura del cuore" affinata tra le corsie.
Insieme, trasformano lo stress dell'emergenza in solidità di coppia, dimostrando che
quando l'amore si mette al servizio degli altri, non esistono confini insuperabili.
Un biglietto a nome della città di Foggia è rimasto lì, tra le vette della Svizzera, come
segno tangibile di una solidarietà che non conosce distanze. A Crans-Montana,
bellissima "veranda" affacciata sul mondo, il freddo e la neve avvolgevano ogni cosa,
mentre persino il silenzio sembrava gridare tutto il suo dolore. Ma è proprio in quel
silenzio che il Cuore di Foggia ha saputo fare più rumore con i suoi battiti. (Cinzia Rizzetti)
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