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L'archivio del silenzio: a Palazzo Dogana in mostra il miracolo visivo di Randstad 1969

Ci sono storie che appartengono a un passato che non ci sta a restare nascosto. Storie che possiedono un’energia sotterranea così tenace da opporsi silenzio, capaci di ripresentarsi in superficie con tutta la loro forza espressiva. È un vero e proprio viaggio nel tempo, capace di trasformare un oggetto smarrito in un legame tra epoche diverse. Ed è esattamente ciò che è accaduto nel 2017, quando cinquant'anni di buio hanno improvvisamente ceduto il passo alla luce.

LA STORIA. La vicenda ha origine dalla passione di Pierluigi Ortolano, operaio quarantottenne originario della Svizzera e residente a San Salvo, per la fotografia su pellicola. Nel corso delle sue ricerche, l'uomo si è imbattuto in un annuncio online che offriva all'asta una scatola contenente 141 rullini Agfa. Sono pellicole nei formati 120 e 135, già utilizzate e scattate decenni prima nei Paesi Bassi, ma rimaste intrappolate nei loro contenitori senza mai essere passate attraverso un bagno chimico. Insieme a Davide Pitetti e allo spazio culturale Civico Zero, Ortolano decide di fare un salto nel buio e di aggiudicarsi quel lotto misterioso. Quando il pacco arriva in Italia, si presenta con un imballaggio che è già un documento storico: un foglio del quotidiano olandese Randstad datato 31 gennaio 1969. Quella carta ingiallita non ha soltanto protetto le emulsioni dall'umidità per mezzo secolo, ma ha offerto la prima traccia geografica, battezzando idealmente un'avventura che era appena all'inizio. Sviluppare quel materiale è un'impresa quasi impossibile, sia per la fragilità delle pellicole degradate dal tempo, sia per i severi limiti normativi sullo smaltimento dei vecchi acidi chimici.

LO STAMPATORE. È qui che entra in gioco l'esperienza artigianale del fotografo e stampatore Franco Glieca. Con un lavoro di sperimentazione in camera oscura, Glieca riesce a trovare la formula adatta per dialogare con quelle vecchie pellicole senza distruggerle. E quando la prima immagine riemerge finalmente dall'oscurità dei liquidi, il risultato è spiazzante. Sul foglio compaiono tre bambine in bicicletta, immobili davanti a un paesaggio spoglio. Fissano l'obiettivo con un'intensità magnetica e misteriosa, evocando l'atmosfera sospesa del quotidiano. Dietro quell'acquisto online, però, non c’è più solo una scommessa digitale, ma la responsabilità silenziosa di custodire i segreti del tempo. Quando ha aperto quella scatola e si è trovato davanti 141 rullini ancora sigillati nel buio di cinquant'anni prima, Pierluigi Ortolano ha avvertito subito che non si trattava solo di vecchio materiale, ma di una storia che rifiutava l'oblio. «La prima sensazione — racconta Ortolano — è stata quella che si avverte nel momento in cui un pensiero virtuale diventa reale, ciò che avevo visto e desiderato per i 10 giorni d'asta era finalmente nelle mie mani. Subito dopo sono stato pervaso da un senso di responsabilità e di rispetto verso quei rullini e verso chi li aveva scattati. Il primo negativo ricevuto ha confermato tutto, ho visto le tre bambine sulle biciclette ed ho pensato: queste bambine hanno una storia da raccontare».

UN CENTRO DI ARCHEOLOGIA VISIVA. Da quel momento, il laboratorio si trasforma in un centro di archeologia visiva da cui riaffiorano oltre 4.000 fotografie: un immenso mosaico dei primi anni Settanta dove operai nei cantieri e navi nei porti si mescolano a gite familiari, tutto sospeso nelle rarefatte atmosfere della Randstad Holland fino alle coste del Mare del Nord. Dare un'identità a quegli sguardi diventa un'urgenza. I curatori incrociano i dettagli topografici delle stampe con le mappe digitali di Google Earth, ma la svolta arriva da un dettaglio: uno scuolabus con la scritta "Garage Pollè". Grazie a una ricerca mirata sui gruppi Facebook olandesi, Ortolano entra in contatto con la nipote del proprietario del garage, scoprendo che quel mezzo si trovava sui terreni della famiglia Verkuyl. Attraverso le ricerche dello storico Leo Kranenburg, l'occhio invisibile dietro l'obiettivo trova finalmente un nome: Otto Verkuyl (1925–2008), un proprietario terriero che non si separava mai dalla macchina fotografica. L'indagine trova il suo compimento emotivo nel 2022 quando Ortolano riesce a incontrare Pauline e Simone, le nipoti del fotografo, consegnando loro l'archivio perduto della propria infanzia. Osservare questa immensa galleria di frammenti di vita quotidiana significa inevitabilmente iniziare a dialogare con chi si trovava dall'altra parte dell'obiettivo. Analizzando e studiando questo immenso archivio, viene da chiedersi se Ortolano, durante le lunghe ore di ricerca, non abbia finito per sviluppare una sorta di amicizia silenziosa e senza tempo con questo fotografo misterioso, imparando a conoscerne lo sguardo, le abitudini e le scelte stilistiche prima ancora di scoprirne il nome.

LE SCENE. «Più che amicizia silenziosa — spiega Ortolano — è scattato un rispetto naturale verso quel lavoro che stava venendo alla luce, verso quella famiglia che osservavo tutti i giorni. Quello che più mi stupiva erano le composizioni e la distanza dalla scena, la stessa che utilizzo io nei miei scatti. Questo particolare mi ha avvicinato sempre di più e mi ha aiutato a comprendere un pochino meglio cosa stava emergendo, confermato poi dalle nipoti con le quali ho avuto vari colloqui. A loro ho confessato che mi sono sentito un po' un nipote lontano a cui affidare l'ultima fase di quel processo di memoria».

L'ESPOSIZIONE. Questo straordinario cammino, che ha trasformato un acquisto casuale in un profondo atto di conservazione della memoria collettiva, viene oggi offerto allo sguardo dei visitatori. La mostra espositiva si può ammirare alla Galleria di Palazzo Dogana. L'esposizione è inserita nella 15ª edizione di "FoggiaFotografia: la Puglia senza confini", la rassegna culturale organizzata dal FotoCineClub e rimarrà aperta al pubblico fino al 14 novembre 2026, a ingresso libero. Un'occasione unica per fermarsi e osservare la forza di una storia che ha rifiutato l'oblio, lasciandosi catturare dagli occhi di tre bambine in bicicletta che non sapevano di essere destinate all'eternità e di un passato che riemerge con tutta la sua forza emotiva.
(Cinzia Rizzetti)

di Redazione 


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