L'eredità di Roberto Morrione: una bussola di verità nel cuore di Foggia
Foggia è tornata per tre giorni al centro del giornalismo investigativo italiano. Dal 14
al 16 maggio 2026 la città ha ospitato la terza edizione della PRM Academy, la scuola
di formazione intensiva nata nell’ambito del Premio Roberto Morrione e dedicata a
22 giovani giornalisti under 30 provenienti da tutta Italia. Un laboratorio di idee,
inchieste e confronto che ha trasformato il capoluogo dauno in uno spazio nazionale
di riflessione sul futuro dell’informazione, sui linguaggi del racconto giornalistico e
sul ruolo civile del giornalismo.
L'APPUNTAMENTO. L’edizione 2026 si è inserita nel programma “La città che vorrei – Una bussola per la
legalità”, promosso dal Comune di Foggia e dall’Università di Foggia, proponendo tre
giorni di lezioni, workshop e analisi di inchieste dedicate a temi cruciali come
migrazioni, diritti, crisi climatica, politica e criminalità.
Al centro dell’Academy anche il confronto diretto con alcuni dei principali nomi del
giornalismo investigativo italiano, da Stefano Lamorgese a Giulia Bosetti, passando
per Gabriele Cruciata, Francesco De Augustinis e Michele Vollaro. Non sono mancati
i collegamenti da remoto con firme importanti del panorama informativo, come
Paolo Mondani di Report, e dell’attivismo sociale, come l’europarlamentare ed ex
operatrice umanitaria Cecilia Strada.
Non solo formazione per addetti ai lavori: la PRM Academy ha coinvolto anche le
scuole superiori foggiane e la cittadinanza con l’incontro pubblico “Giornalismo
sotto minaccia”, dedicato alle difficoltà e alle pressioni che oggi attraversano il
lavoro dei cronisti d’inchiesta. Un tema che ha richiamato direttamente l’eredità di
Roberto Morrione, fondatore di RaiNews24 e figura simbolo di un racconto rigoroso,
indipendente e al servizio dei cittadini.
A margine di queste giornate sono state raccolte le riflessioni dei protagonisti
dell’edizione, tese tra il futuro dell’indagine e le sfide dell’informazione
contemporanea.
IL VOLTO RAI. Tra le voci più autorevoli c'è quella di Stefano Lamorgese, tutor dell'Academy e
vicepresidente dell'associazione nata per custodire la memoria di Morrione. Storico
volto Rai (TG3, Rai International, RaiNews24) e attualmente nello staff di Sigfrido
Ranucci a Report, introduce la nuova edizione concentrandosi sul senso profondo
della loro presenza sul territorio.
Il macro-obiettivo, fin dal primo arrivo a Foggia, è sempre stato quello di esportare
l'esperienza dell'associazione in una realtà che necessita di supporto, creando
legami con la galassia associazionistica locale. Spostarsi dal Nord serve proprio a
evitare di deresponsabilizzarsi in contesti, come Torino, dove tutto funziona già.
Quest'anno il fulcro del lavoro con l'università e la società civile ruota attorno al
tema "Povere Parole".
«Cerchiamo in questa annata di porre particolare attenzione a un uso più corretto,
più esatto, più preciso del linguaggio, lo
dobbiamo fare per rispetto della realtà che cerchiamo di raccontare, dei nostri
interlocutori, del pubblico e dei ragazzi dell'Academy».
Il richiamo a un uso esatto della parola solleva però un dubbio cruciale: il
giornalismo d'inchiesta ha ancora la forza di scuotere le coscienze su temi così
complessi o la risposta del pubblico resta imprevedibile?
Sul tema dell'impatto reale delle inchieste, Lamorgese ammette che misurare il
cambiamento è difficile perché richiede tempi molto lunghi. Tuttavia, l'associazione
punta a innescare questo processo. Il giornalista evidenzia il valore di riunire
ventidue ragazzi da tutta Italia per tre giorni intensi di formazione sul metodo
giornalistico. Questo approccio ha già dato frutti concreti: alcuni partecipanti delle
scorse edizioni dell'Academy foggiana si sono uniti, hanno presentato progetti per il
Premio Roberto Morrione e oggi sono tra i finalisti.
«Questo fare rete tra under 30 è un modo per cercare di condizionare gli esiti della
storia — sottolinea con convinzione — Sappiamo che una parte di quei semi che
germoglieranno a Torino sono stati seminati qua a Foggia: questo è un modo per
innescare il cambiamento».
Questo legame triennale con il territorio permette anche di tracciare un bilancio
sociale dell'esperienza. A questo proposito, la domanda sorge spontanea: Tornando qui a distanza di
dodici mesi, che differenza trovi nella città? Quale cambiamento ti è saltato agli
occhi rispetto all'anno scorso? A questa domanda, il giornalista risponde spiegando che a distanza di un anno non si
notano grandi cambiamenti strutturali. Le cronache locali continuano a raccontare
una situazione drammatica, segnata da indagini della magistratura sulla criminalità
da continui episodi di violenza. Nonostante questa pressione investigativa e
mediatica, la percezione del territorio resta differente.
«Se posso dirlo, Foggia non merita la cattiva fama che ha — conclude Lamorgese —
È una città piacevolissima ancora, nonostante sia devastata da un contesto generale
che però la accomuna a tante altre città italiane; è una città ancora godibile».
LA PLURIPREMIATA REPORTER. Dalle riflessioni sul territorio di Lamorgese, lo sguardo della PRM Academy si allarga
allo scenario internazionale con Giulia Bosetti. Conduttrice di RaiNews24, firma di
Spotlight e pluripremiata reporter (Premio Ischia 2017 per il caso Regeni, Colombe
d’Oro 2021 e Premio Luchetta 2024), la giornalista analizza le grandi sfide
dell'informazione contemporanea. Giulia, partiamo dall'inchiesta che hai realizzato su Giulio Regeni e dalla recente
proiezione del docufilm. Secondo te, le parole e le immagini usate nei documentari
riescono a dare davvero l'idea della tragedia che è successa a lui e a chi, come
ricercatori e giornalisti, cerca la verità?
«Il documentario è uno degli strumenti più forti perché ha lo spazio, il tempo e la
riflessione necessari per raccontare una storia in profondità. Questo è proprio ciò che
manca all'informazione attuale, su cui si investe sempre meno e che ci abitua a una
fruizione veloce, superficiale e legata ai social. Lo spazio del documentario e
dell'inchiesta ha tempi e modalità differenti, capaci di andare a fondo».
Bosetti sottolinea come il lavoro su Regeni sia una risorsa fondamentale per
ricostruire non solo quella singola vicenda, ma la storia stessa del nostro Paese,
svelando i complessi intrecci geopolitici, giudiziari ed economici con l'Egitto:
«Ci restituisce una verità di cui a livello giudiziario siamo ancora in cerca, ma che di
fatto conosciamo perfettamente — spiega la giornalista — Più che la verità, oggi
cerchiamo la giustizia. La famiglia di Giulio, che ha collaborato attivamente alla
forza di questo lavoro, ne esce con grande dignità. Del resto, le recenti tensioni
politiche sui finanziamenti e i cambi al vertice dimostrano quanto questa inchiesta
fosse fondamentale».
Il discorso si sposta poi sulla complessità del lavoro investigativo internazionale in
contesti geopolitici ad alto rischio e sul clima di crescente censura che colpisce
l'informazione. Hai lavorato su inchieste internazionali molto delicate. Come riesci a mantenere
l'indipendenza e le regole giornalistiche quando affronti temi politicamente
sensibili, specialmente in un momento di forte censura sia in Italia che all'estero? «Non esiste inchiesta senza indipendenza, autonomia e libertà: questo è l'elemento
fondamentale per definire tale un lavoro investigativo. Purtroppo oggi è sempre più
difficile perché ai giornalisti si sta facendo una vera e propria guerra a livello
internazionale. Lo abbiamo visto a Gaza e in Libano, dove il tentativo sistematico è
quello di silenziare l'informazione, persino attraverso la morte dei cronisti, per
impedire il racconto delle azioni di Israele».
La giornalista racconta le sue recenti esperienze sul campo, spiegando le crescenti
difficoltà operative incontrate in Medio Oriente e in America Latina:
Bosetti evidenzia infatti che, pur essendosi occupata a lungo di Medio Oriente tra
Israele e Cisgiordania, non ha mai avuto il permesso di entrare a Gaza. Per la sua
inchiesta sul sistema di distribuzione degli aiuti della Gaza Humanitarian Foundation,
è stata costretta a lavorare a distanza tra Stati Uniti e Cisgiordania a causa del
divieto imposto ai cronisti internazionali. Una situazione simile si è ripetuta per il seu
reportage sul Venezuela di Maduro e il narcotraffico nei Caraibi sotto la presidenza
Trump. Non potendo entrare nel Paese a causa del blocco dei visti e delle restrizioni
sull'accesso concessi solo ad alcune testate americane, ha dovuto sviluppare i filoni
investigativi lungo la frontiera colombiana a Cúcuta e nel Catatumbo.
«Nel momento in cui abbiamo accettato che i giornalisti internazionali non potessero
entrare a Gaza, abbiamo accettato che cambiasse l’informazione mondiale
—denuncia Bosetti — Abbiamo superato una linea rossa che prima non era tale».
La pressione sull'informazione libera non riguarda però solo i teatri di guerra esterni,
ma tocca da vicino anche la situazione italiana.
Dall'analisi di Bosetti emerge come in Italia, nonostante le linee guida del Media
Freedom Act, si registri un continuo declino nell'indice della libertà di stampa. Il
panorama è segnato da attacchi costanti ai cronisti, querele bavaglio e minacce. La
pressione della politica e dei poteri economici è sempre più ingombrante e si
manifesta anche attraverso il settore del marketing e della pubblicità, bloccando le
inchieste sui grandi marchi commerciali.
«La sfida è non mollare, difendere il proprio spazio di autonomia e continuare a
investire sui temi importanti — esorta la giornalista, precisando però una netta
disparità nel settore — Questo sforzo è più facile per chi, come me, è un giornalista
RAI, piuttosto che per i freelance. Chi lavora da solo in territori complessi mette a
rischio la propria vita ed è molto più fragile perché privo di garanzie e tutele».
Il dibattito sul ruolo e sulla protezione del giornalismo d'inchiesta conduce
inevitabilmente alle radici storiche di questo impegno e ai modelli di riferimento del
passato. Tornando al premio e alla figura a cui è intitolato, Roberto Morrione, che eredità
pensi di aver ricevuto dal suo lavoro e che messaggio vorresti trasmettere ai
giovani che iniziano questa professione?
«Non ho conosciuto personalmente Roberto Morrione, ma ho la fortuna di lavorare
nella rete che lui ha ideato e costruito, un canale in cui ha saputo dare uno spazio
centrale all'inchiesta — la voce si incrina per l'emozione — Egli aveva capito, molto
più degli editori attuali, che l'investigazione è fondamentale. Oggi lo è ancora di più
dinanzi a un'informazione così superficiale e veloce. Spesso si dice che i giornalisti
saranno superati dall'intelligenza artificiale, ma l'inchiesta pura non subirà questo
destino: quella resterà viva e non la distruggerà nessuno».
Nel concludere, la cronista delinea i valori etici ereditati dal fondatore di RaiNews24,
indicandoli come una vera e propria guida per le nuove generazioni di cronisti.
Bosetti si riconosce pienamente in quell'idea di giornalismo capace di accendere la
luce là dove c'è buio, concentrandosi sui margini, sulle fragilità e sulle storie non
raccontate per dare voce a chi ha bisogno di uno spazio di denuncia. Si tratta di un
approccio profondamente etico e civile, orientato a mettere in discussione le
storture del sistema.
«In Italia si parla troppo poco dell’etica del nostro mestiere — conclude la
prestigiosa firma di RaiNews24 — Serve un giornalismo che non sia per forza
spregiudicato o cinico, ma che si metta al servizio della verità e della giustizia. In un
panorama in cui c'è sempre meno spazio per questo approccio, il Premio Morrione
rappresenta una totale eccezione. Offre agli under 30 piena libertà e strumenti
concreti per lavorare in autonomia. In questo momento, non esiste in Italia uno
spazio più libero di questo».
Le parole di Giulia Bosetti e Stefano Lamorgese restano impresse come i primi solchi
di un disegno più grande, tracce di un coraggio che si fa spazio tra il silenzio e il
bisogno di verità. Questo viaggio tra le pieghe dell'informazione indipendente non si
ferma qui: continua a scorrere attraverso le voci e gli sguardi degli altri protagonisti,
che ci hanno consegnato i loro frammenti di futuro. (Cinzia Rizzetti)
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