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Oltre la riva: il viaggio di Stefano "Myfriend" La Torre tra i ghiacci del Nord e il cuore delle Americhe

Cresciuto tra i vicoli di Foggia con lo sguardo rivolto all'orizzonte, Stefano La Torre ha scelto di fare del mondo la sua casa e della bicicletta il suo linguaggio universale. Già protagonista di traversate epiche tra i deserti dell’Iran e le solitudini asiatiche, oggi Stefano La Torre fonde l'esplorazione estrema con l'attivismo sociale: è un ricercatore di umanità che utilizza la fatica del viaggio per connettere popoli distanti e dare voce a chi non ne ha. È proprio da questa attitudine che nascono viaggi che non cercano il record sportivo, ma la profondità dell'incontro. Percorsi dove l’asfalto cede il passo alla polvere e il silenzio diventa un urlo che interroga l’anima. Da quando ha lasciato la sua terra, la sua bicicletta non è più stata solo un mezzo di trasporto ma un pennello con cui sta ridisegnando i confini della solidarietà umana. 

LE SFIDE. Il viaggiatore foggiano è tornato in sella per un’altra sfida monumentale: due anni lungo la Panamericana. Per lui questa non è una “seconda tappa” ma il proseguimento di un disegno unico, nato tempo fa con l’idea di unire Sud Africa e Americhe passando per l’Asia. Nonostante la rottura della bicicletta lo abbia costretto a una sosta forzata, la sua mente non ha mai smesso di correre verso l’obiettivo. La vera preparazione per lui non è quella agonistica, ma quella interiore, una lotta costante per superare i limiti che sente dentro di sé. La nuova sfida è iniziata nel freddo più crudo del Circolo Polare Artico, con temperature tra i -20°C e i -30°C. Dopo aver studiato i venti ha selezionato l’attrezzatura con precisione, scegliendo solo ciò che poteva garantire sicurezza: una tenda specifica e un sacco a pelo d’alta quota. Per affrontare il gelo e i cambiamenti improvvisi del clima, ha imparato a viaggiare con un bagaglio ridotto: strumenti di emergenza mirati, il minimo indispensabile per la manutenzione e la volontà di affidarsi più alla determinazione che agli oggetti. È così che ha trasforma lunghi giorni di pedalata, sei ore quotidiane di media, nel silenzio del Nord in un esercizio di essenzialità assoluta.

I PANZEROTTI. Dopo un “test generale” lo scorso dicembre, quando ha raggiunto la Lapponia per consegnare simbolicamente un panzerotto foggiano a Babbo Natale, ha imparato che contro il gelo l’unica difesa è la tecnologia unita alla rinuncia Questa avventura non è solo una prova di resistenza fisica ma una vera e propria missione diplomatica e umanitaria. Come Ambasciatore dell’Università di Foggia, il giovane sta tessendo una rete di legami con atenei internazionali per attrarre studenti nel capoluogo dauno, dimostrando come la fatica del viaggio possa trasformarsi in un volano di crescita per la propria terra. Ma cosa spinge un uomo a pedalare in solitaria per anni? La risposta di Stefano non si trova nelle mappe geografiche ma in una ricerca spirituale che diventerà il cuore di un libro futuro. Lungo il percorso pone una domanda semplice e potente a chiunque incontri, dalle steppe asiatiche ai villaggi africani: “Cos’è per te l’amore e come lo definisci?”. Le pizze e i panzerotti della sua Foggia non sono solo cibo, ma simboli identitari che diventano ponti tra culture lontane. Questo legame con le radici è suggellato dalla sua sciarpa del Foggia, l’oggetto più “inutile” ma prezioso che porta con sé: un vessillo che scalda l’anima prima ancora del corpo. L’esperienza di solidarietà è altrettanto centrale, un viaggio di testimonianza e una missione di pace e aiuto: Stefano collabora con associazioni per sostenere una scuola in Uganda e desidera che il viaggio stesso diventi uno strumento di crescita e ispirazione.

L'INTENSITA' UMANA. Gli incontri con persone in condizioni di povertà, come quello con un uomo di settantasette anni in Macedonia del Nord, hanno rafforzato in lui l’idea che i legami autentici siano il mezzo più concreto per generare un impatto positivo. Da quel gesto è nata l’idea di organizzare viaggi che permettano ad altri di scoprire la stessa intensità umana sottolineando inoltre l’importanza del contatto immediato: donare un indumento direttamente a un bambino in un villaggio vale più di mille gesti distanti. Tra i ricordi più vividi, conserva i sorrisi dei popoli africani e l’accoglienza strabiliante trovata in Iran e Arabia Saudita, terre troppo spesso vittime di pregiudizi. Non mancano le ombre della storia: Stefano ha dovuto fare i conti con i confini chiusi del Sudan, martoriato da una guerra civile silenziosa, e con i conflitti nel Mar Rosso e in Birmania. Situazioni brutali che lo hanno costretto, per la prima volta, a ripensare il percorso e a prendere un aereo per superare zone dove il mondo, colpevolmente, tace.

I LEGAMI. Il ciclo continuo di incontri profondi ma brevissimi rappresenta la sua sfida emotiva più grande. Stefano crede fermamente che se un legame è vero, bisogna avere il coraggio di lasciarlo andare, confidando che la forza del sentimento troverà il modo di annullare la distanza. Alla fine, se dovesse racchiudere il senso del suo viaggio in un istante, non vedrebbe l’asfalto percorso, ma gli occhi di chi ha incontrato e aiutato. Perché amare significa condividere un consiglio, un sorriso o un piccolo gesto. Se durante il cammino di Santiago ha imparato a connettersi con la natura senza filtri tecnologici, oggi la bicicletta gli permette di muoversi velocemente restando solo con i suoi pensieri. 

LA CURIOSITA'. Ciò che lo spinge a continuare questa sfida è una curiosità inesauribile: la convinzione che le esperienze più straordinarie riservino grandi sorprese a chi ha il coraggio di lasciare la riva e spingersi oltre la propria comfort zone. Per lui, perdersi nell'ignoto è l'unico modo per ritrovarsi davvero, portando con sé la sciarpa del Foggia come simbolo delle proprie radici. Questa distanza non è un addio, ma un atto di coraggio necessario per tornare, tra due anni, capace di guardare alla propria terra con una profondità e una consapevolezza del tutto nuove. Molti chiamano “follia” la scelta di lasciare la sicurezza di casa per altri due anni tra i ghiacci dell’Alaska e le giungle della Panamericana, ma a guardare i suoi occhi, si capisce che la vera follia sarebbe restare fermi quando il mondo grida aiuto. Il senso profondo di ogni viaggio non sta nel raggiungere una meta, ma nel vivere e condividere le emozioni, trasformando ogni respiro e ogni gesto in un ponte verso gli altri e verso il mondo.
(Cinzia Rizzetti)

di Redazione 


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