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Oltre l'orrore: la banalità del male nel documentario di Luciano Toriello 

"Migliori Amiche", la recensione di Cinzia Rizzetti

A quasi trent’anni dal 14 marzo 1998, il delitto di Castelluccio dei Sauri torna a scuotere le coscienze. Migliori Amiche, il documentario di Luciano Toriello, ripercorre l'omicidio della diciannovenne Nadia Roccia per mano delle sue amiche più strette: Anna Maria Botticelli e Mariena Sica.

IL 'DEMONE'. Il docufilm lavora molto sui materiali d'archivio, tra cui le raggelanti immagini dell'incidente probatorio. Toriello mette lo spettatore davanti a un vuoto: un movente assente. Non ci sono passioni travolgenti o spiegazioni logiche. Resta solo l'assurdità di un male ingiustificabile, che la giustizia ha faticato a decifrare. Nelle intercettazioni dell'epoca, una delle ragazze pronunciava frasi inquietanti come "Lucifero è bello" e affermando "Sta in mezzo alle mutandine". Il documentario invece spazza via i vecchi teoremi esoterici per mostrare la realtà: quel "demonio" non abitava in rituali occulti, ma unicamente nella mente delle assassine, radicato nella psicologia distorta di una finta quotidianità. Il film diventa così una tragica traduzione visiva della celebre citazione di Hannah Arendt sulla banalità del male. Le assassine non sono mostri mitologici, ma ragazze ordinarie della porta accanto e migliori amiche. Questa normalità apparente raggela il sangue e dimostra quanto il baratro possa essere vicino alla vita di tutti i giorni.

LA MEMORIA. Le sale gremite dimostrano quanto sia ancora viva la memoria di questa tragedia. Castelluccio dei Sauri e l'intera comunità non hanno dimenticato.
L'opera di Toriello non alimenta la morbosa curiosità della cronaca, ma è necessaria per restituire dignità alla vittima e ricordare il nome di Nadia Roccia.
Un grande merito a Luciano Toriello: ha firmato un'opera di straordinario rigore etico e profonda sensibilità, capace di trasformare un fatto di cronaca nera in una riflessione umana che tocca da vicino ognuno di noi, senza mai cedere alla spettacolarizzazione del dolore.
(Cinzia Rizzetti)

di Redazione 


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