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Il rumore dei corpi: l’estetica del dolore nell’opera di Antonio Fortarezza

Esiste una soglia oltre la quale l’immagine smette di informare e inizia a anestetizzare. È la saturazione mediatica, quel muro di pixel e parole che trasforma la tragedia in statistica e il dolore in rumore di fondo. Antonio Fortarezza, con la sua ultima installazione, decide di abbattere questo muro, compiendo un atto radicale: ridare “Corpo ai Corpi”. Il progetto nasce da un’urgenza etica prima ancora che artistica. In un’epoca di disumanità dilagante, l’obiettivo di Fortarezza è scarnificare la narrazione, liberandola dai numeri per restituirle la tangibilità. Non si tratta solo di guardare Gaza, ma di riconoscerne l’umanità attraverso l’empatia. L’opera tenta di opporsi al muro dell'indifferenza che ottunde le coscienze, sollecita all'empatia, alla necessità di riconoscere il dolore, a sentirsi parte di un'unica umanità, trasformando lo spettatore da testimone passivo a parte di un unico corpo ferito. La Realizzazione è un’esperienza sensoriale disturbante.

L'INSTALLAZIONE PRESSO LA GALLERIA CREO. L’installazione si muove su tre livelli che costringono il visitatore a un confronto fisico con lo spazio: i Sudari e il Video. Dal soffitto scendono teli bianchi, lunghi, simili a quelli usati per avvolgere i defunti. Su questa superficie irregolare scorrono immagini video che arrivano distorte, spezzate, non fluide. È una scelta precisa: la realtà del conflitto non può essere fruita comodamente; la visione è disturbata perché è disturbante ciò che accade. I Fagotti della Memoria: A terra, lo spazio è occupato da volumi silenziosi. Sono fagotti che richiamano inequivocabilmente la forma di bambini avvolti nei sudari. Il peso di ciò che manca diventa presenza ingombrante tra i piedi di chi cammina, rendendo l’assenza una materia pesante, insormontabile. Il culmine dell’opera si raggiunge con la performance, dove la lettura di Fortarezza dà voce alla polvere e ai corpi dimenticati. Mentre le parole scorrono, l’artista diventa egli stesso parte integrante dell’installazione, creando un’esperienza sensoriale disturbante che trasforma lo spettatore da testimone passivo a componente di una resistenza dell’esistere. Al centro della scena domina la Parola-Corpo: su una parete, un testo scorre come un mantra ossessivo, riflettendo ed espandendo le parole pronunciate dall'autore in una sovrapposizione continua. È una litania che declina la parola "Corpo" in tutte le sue violazioni: "corpi scarnificati, corpi sospesi, corpi a perdere". In questo dialogo visivo e sonoro, la parola si trasforma in un’arma che scuote la coscienza, fino a giungere all’epifania finale: "i corpi di Gaza". Nel processo creativo di Fortarezza, il "lavoro" è un atto di resistenza che mira a “ricomporre l'invisibile”. L’artista non si limita a documentare, ma opera una sintesi profonda tra estetica e denuncia: in un vero e proprio corpo a corpo con lo spazio, la manipolazione delle immagini e la scelta dei materiali servono a creare un cortocircuito emotivo. Se la cronaca deumanizza, l’arte di Fortarezza ricompone. Ogni gesto dell'allestimento è una costruzione meticolosa: ridare nome e voce ai corpi significa restituire loro l’essenza, trasformando la "polvere" della distruzione in una testimonianza senziente. L’installazione non cerca il consenso, ma la reazione. Tra quei teli e quei fagotti, non siamo più spettatori di una guerra lontana, ma corpi tra i corpi, chiamati a sentire il peso di ogni singola esistenza negata.

DALLA VISIONE ALLA REALIZZAZIONE: IL CANTIERE DELL’OPERA. 
Genesi. Questo viaggio verso la riconquista dell'umano non è nato nel silenzio, ma in un dialogo costante, un'architettura di intenti che ha preso forma tra i pixel di un PC condiviso. Un progetto digitale, condiviso tra l’artista e il titolare della galleria, Angelo Pantaleo, dove ogni centimetro di spazio è stato studiato per accogliere l'impatto dei sudari e la proiezione video.
Materia. Dal virtuale alla materia, il passo è stato una ricerca sacra: l’acquisto dei materiali non è stato un atto commerciale, ma la scelta dei tessuti che avrebbero dovuto accogliere il pianto e dei pesi che avrebbero dovuto dare sostanza all'assenza ha definito la temperatura emotiva dell'opera. Ogni metro di stoffa, ogni supporto, è stato scelto per diventare parte di quella pelle negata. In questo processo, ricostruire i piccoli sudari è stato un gesto di estrema tenerezza, una cura quasi sacrale nel piegare quei tessuti, la stessa che si riserva a un figlio che dorme. In quel momento, la distanza tra l'artefatto e la realtà si è annullata: le mani toccavano stoffa, ma il cuore riconosceva la carne. Pur trattandosi di fagotti costruiti, il pensiero che al mondo ci siano padri e madri costretti a seppellire i propri figli è stato devastante. Maneggiare quel vuoto, dargli la forma di un corpo che non c’è più, ha trasformato l'allestimento in un esercizio di pietas che precede e giustifica ogni scelta estetica: un rito di sepoltura necessario, dove il peso del cotone diventava, tra le mani, il peso di una responsabilità verso chi è stato cancellato.
L’Allestimento. In galleria, l'allestimento si trasforma in un confronto serrato con lo spazio. Ogni gesto è una costruzione meticolosa: i sudari vengono tesi e calati dal soffitto per diventare schermi di una realtà spezzata, superfici irregolari che accolgono proiezioni di immagini distorte e frammentate. Accanto ai sudari, emerge un'immagine che squarcia il petto: una madre che piange il figlio, una Pietà laica strappata al sacro e consegnata alla polvere. La figura è scomposta in piccoli riquadri, tessere di una memoria frantumata che sfida lo spettatore a tentare l'impossibile: ricomporre un'unità che la violenza ha diviso. A terra, l’adagiamento dei fagotti, quei piccoli corpi di polvere, disegna un percorso obbligato. È un filo invisibile quello che unisce quei tasselli ai fagotti: se l'immagine al muro mostra il grido della perdita, l'adagiamento di quei piccoli corpi di polvere ne è il peso fisico. L’architettura del dolore che costringe il visitatore a misurarsi con l'ingombro dell'assenza, rendendo ormai impossibile ignorare ciò che resta.
La performance. È il momento in cui il respiro dell'artista rompe il silenzio, trasformando l'allestimento in un organismo vivente che pulsa nel vuoto della galleria. La voce di Fortarezza non si limita a leggere, ma abita lo spazio, chiudendo il cerchio tra il pensiero e la carne. In quell'istante, ogni calcolo spaziale svanisce per lasciare il posto a una verità nuda: il dolore non è più un'immagine da osservare, ma un battito da condividere. Siamo, finalmente, corpi tra i corpi, restituiti a quell'umanità che la polvere aveva tentato di soffocare.
Cinzia Rizzetti

di Redazione 


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