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Dentro la PRM Academy: il giornalismo che cerca la complessità

Dopo le riflessioni di Stefano Lamorgese e Giulia Bosetti, il percorso della PRM Academy si apre ulteriormente alle connessioni globali del giornalismo contemporaneo, mettendo a confronto due prospettive diverse ma complementari: quella dell’inchiesta ambientale e quella della geopolitica internazionale. Tra le voci raccolte spiccano quelle di Francesco De Augustinis e Michele Vollaro, che affrontano da angolazioni differenti lo stesso nodo centrale: come raccontare la complessità senza semplificarla.

ECONOMIA INTERNAZIONALE E GEOPOLITICA. Michele Vollaro è giornalista specializzato in economia internazionale e geopolitica, con un’attenzione particolare alle dinamiche africane e ai rapporti tra Europa e il continente africano. A partire dal suo lavoro, il discorso si concentra subito su un nodo centrale: come si raccontano oggi fenomeni complessi come migrazioni, crisi economiche e relazioni internazionali, senza ridurli a semplificazioni.
Vollaro, nel lavoro con i giovani e il Premio Morrione, quanto è importante oggi saper leggere le connessioni globali dietro le notizie locali, soprattutto quando si parla di Africa e migrazioni?
«È fondamentale. Per semplificare faccio l’esempio dell’effetto farfalla» risponde Vollaro, richiamando l’idea secondo cui anche un evento lontano può portare a conseguenze impreviste in un’altra parte del mondo. Il giornalista osserva poi come la globalizzazione e Internet permettano una circolazione immediata di informazioni, video e immagini in tempo reale. «Questa tecnologia è accessibile sia ai giornalisti occidentali sia a chi vive nei contesti più poveri, come le baraccopoli africane. Di conseguenza, l'immaginario cinematografico e culturale globale è ormai condiviso a livello universale, ma viene recepito e reinterpretato attraverso la lente della realtà locale». In questo scenario, secondo Vollaro, chi fa informazione assume sempre più il ruolo di “traduttore”: qualcuno che non si limita a riportare i fatti, ma li rende comprensibili all’interno dei contesti locali in cui vengono ricevuti. «Noi abbiamo gli strumenti per decodificare e raccontare quello che succede a migliaia di chilometri di distanza, ma oggi ce l’ha anche chi vive dall’altra parte», conclude, sottolineando come smartphone e connessioni digitali abbiano reso l’accesso alle informazioni quasi simmetrico, modificando profondamente le dinamiche del racconto. Da qui si arriva al punto centrale: il ruolo del giornalista. «Per questo il giornalismo internazionale richiede competenze che vanno oltre la semplice narrazione: conoscenza delle lingue, studio dei contesti, capacità di non semplificare e di non “esotizzare” ciò che non si conosce».
Questo tipo di informazione richiede risorse e tempi spesso limitati: come si può fare un’inchiesta approfondita su aree come il continente africano senza cadere in banali riduzioni?
«Il lavoro del reporter si scontra quotidianamente con una sfida complessa: tradurre la realtà senza la pretesa di possedere verità assolute. Un buon giornalista, sia quando scrive sia quando realizza un'inchiesta video, deve sempre mantenere l'umiltà di ricordare che nel pubblico ci sarà qualcuno che ne sa più di lui, pronto a muovere critiche costruttive forte di conoscenze maggiori». L’autore evidenzia come i limiti di spazio e di tempo impongano spesso al cronista una semplificazione della realtà. Tuttavia, l'obiettivo fondamentale resta quello di trasmettere la complessità dei fatti senza dilungarsi, sfruttando una forte capacità di sintesi narrativa e dimostrativa.
Riferendoci all'ultima domanda: in Italia come si racconta questo fenomeno?
«Male e di fretta. Anche in modo distorto. Io non ci voglio leggere agende o interessi — continua — L'essere umano è un animale abitudinario. E quindi, una volta che vede che una cosa funziona, si adagia a continuare in quel modo». Il discorso si sposta poi sulla necessità di approfondire i fenomeni globali. «Capire che le migrazioni derivano, che ci sono decine di concause: l’innalzamento del livello del mare, la salinizzazione dei terreni, la diminuzione dello stock ittico. Mille cose che vanno a incidere sulla vita reale di chi vive lì». Secondo il giornalista, ogni tema richiederebbe tempo per essere studiato, trasmesso e assimilato dal pubblico. Dopo questa lunga analisi, Michele Vollaro lancia un monito finale sul ruolo dei media nella società: «Se il giornalismo non ha più la missione civile e sociale di informare e creare spirito critico, una volta si diceva essere il “cane da guardia” della democrazia, allora è solo intrattenimento».

LE DINAMICHE LEGATE ALL'AMBIENTE. Se Vollaro esplora le connessioni geopolitiche e i linguaggi globali, è nel lavoro di Francesco De Augustinis che quelle stesse dinamiche si incarnano nei territori, tra ambiente, filiere e impatti concreti delle decisioni globali. Dalle produzioni globalizzate all’impatto delocalizzato nei paesi terzi, il giornalismo d’inchiesta si misura oggi con la carenza di fondi e l’opacità dei grandi asset economici. In questo contesto, il giornalista Francesco De Augustinis analizza da anni le complesse dinamiche legate all’ambiente, all’alimentazione e alla gestione delle risorse planetarie. Nel descrivere il proprio lavoro, il reporter evidenzia subito come le barriere informative siano strutturali e fortemente connesse alla natura internazionale dei fenomeni investigati.
De Augustinis, in che modo oggi si costruisce un’inchiesta ambientale quando le fonti istituzionali e industriali sono spesso difficili da accedere e poco trasparenti?
«Effettivamente, ci sono un po’ di difficoltà di accesso alle fonti, legate a due aspetti. Uno è che parliamo sempre di tematiche globali e quindi spesso sono anche cose lontane: bisogna raggiungerle, bisogna avere fondi per avere il tempo di indagarle». Per il giornalista, il lavoro d’inchiesta ambientale si scontra quindi con una costante carenza di risorse economiche e temporali, necessarie per coprire distanze geografiche e approfondire i fatti sul campo. La cronaca recente mostra che i nodi più critici non risiedono quasi mai nelle condotte dei singoli individui, ma nelle decisioni dei grandi attori globali. De Augustinis sottolinea che la vera opacità risiede nei vertici decisionali, dove si stabiliscono i meccanismi di sfruttamento del territorio. «Spesso abbiamo a che fare con fenomeni che riguardano l’industria o istituzioni che promuovono politiche che non sono funzionali. Insomma, non è un problema del cittadino o della piccola azienda, ma sono proprio grandi assetti industriali, economici o istituzionali. Le regole del gioco sono sbagliate e sono fonti difficili da raggiungere».
Come si fa a raggiungere queste fonti?
«Dipende, ma in qualche modo si fa. Quelle istituzionali, in genere, si riescono a raggiungere e siamo noi che dobbiamo partire dall’idea che è un loro dovere rispondere, perché in Italia abbiamo un po’ sdoganato l’idea che il politico possa non rispondere e tu debba corrergli dietro. Anche le aziende sono tenute a risponderti, perché l’informazione su queste cose è servizio pubblico» Davanti a queste porte sbarrate, la strategia del giornalista non si ferma però alla denuncia della mancanza di trasparenza. Il suo metodo d’inchiesta si fonda sul tentativo continuo di confronto diretto con i responsabili della filiera e sulla convinzione che l’accesso alle informazioni rappresenti un dovere democratico, tanto per le istituzioni quanto per le aziende.
Le inchieste su ambiente e agroalimentare sono sempre più centrali nel dibattito pubblico. Vengono davvero comprese nella loro complessità dalle persone?
«Secondo me sì, nel senso che lavoro su questi temi da oltre dodici anni e ho visto cambiare tantissimo le cose in poco più di un decennio. Prima di cibo, di alimentazione, di produzione alimentare, si parlava pochissimo: si parlava di ricette, di eccellenze e basta. Adesso invece si è creato tutto un filone di racconti sui problemi del sistema alimentare e sulla globalizzazione dello stesso: da dove vengono le cose che mangiamo, che problemi hanno, che impatti hanno. Quindi secondo me oggi c’è molta più narrativa su questi temi». Il giornalista sottolinea però che si tratta di fenomeni molto complessi: anche ciò che mangiamo al ristorante può provenire da filiere globali segnate da problemi ambientali e produttivi, dalla deforestazione all’abuso di antibiotici. Quanto è importante nel tuo lavoro la dimensione documentaria rispetto al racconto narrativo dell’inchiesta? «Per me realizzare un documentario è un modo per affrontare questa complessità di cui parlavamo prima. Perché hai un prodotto che dura un’ora, un’ora e dieci, quindi c’è un po’ di tempo, un po’ di attenzione. Poi non conta il video in sé per sé, anche se oggi siamo dentro un flusso continuo di video e informazioni». De Augustinis spiega inoltre che il documentario, pur essendo più difficile da diffondere, consente di approfondire la complessità dei fenomeni e di mostrare i meccanismi economici e commerciali che stanno dietro ai problemi. A suo avviso, questo formato aiuta il pubblico a comprendere meglio la realtà e può lasciare un segno più duraturo rispetto ai contenuti brevi destinati al web. Un segno che il giornalista cerca ostinatamente di tracciare e trasmettere, perché capire, oggi, è già un modo per resistere.
(Cinzia Rizzetti)

di Redazione 


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