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Don Gianni, vescovo antimafia di San Severo: “La Chiesa deve andare oltre il catechismo e accogliere i problemi del territorio”

In Biblioteca di Foggia, la presentazione del suo libro

Per Monsignor Giovanni Checchinato, dal 2017 vescovo di San Severo e nominato lo scorso 10 dicembre arcivescovo di Cosenza-Bisignano, la lotta alla criminalità inizia dal parlar chiaro, dire le cose con il loro nome e dirle in chiesa, durante le omelie. Chiamare “mafia” la mafia, ad esempio. Lui lo ha fatto sin da subito, a pochi mesi dal suo insediamento, quando i fratelli Luciani trovarono la morte a causa di un agguato criminale in quel di San Marco in Lamis. Don Gianni, com’è noto nella diocesi, ne fu profondamento scosso.

OMELIA PER GLI INVISIBILI. Lo scrive in “Omelia per gli invisibili” (Mondadori, 2022), il libro che si presenta mercoledì 14 dicembre, alle ore 18, nella Biblioteca “La Magna Capitana” di Foggia, dove è atteso quale ospite della rassegna “Fuori gli Autori” che, oltre alla libreria Ubik, per l’occasione coinvolge anche l’associazione Libera (rappresentata da Federica Bianchi, Daniela Marcone e la vedova Arcangela Luciani). In questa intervista, Giovanni Checchinato entra nel merito della sua esperienza sanseverese, parlando del libro e di altre questioni di stringente attualità.
  
Nelle prime pagine del libro chiede più coraggio, anche alla Chiesa, ai preti. In che modo?
“È un invito non solo e non tanto alla protesta verso la criminalità, ma anche a rimboccarsi le maniche per promuovere il bene. Penso a due icone: Pino Puglisi e Peppino Diana. Entrambi hanno pagato con la vita il loro impegno e non perché facevano le proteste, ma per come sottraevano giovani alla mafia, offrendo loro cultura, crescita, alternative. Dovremmo aprirci in quella direzione, non fermarci soltanto alla formazione iniziale: il catechismo va benissimo ed è doveroso, ma una Chiesa che si fa anima del territorio deve accogliere le sue problematiche”.
  
Un concetto che emerge dal libro è quello di “mafia fluida”. Come si comporta a San Severo?
“È difficilmente descrivibile perché è un insieme di realtà che creano una sorta di ‘ambiente’. È quell’andare in deroga alle leggi, anche per le piccole cose, nella quotidianità. Sono elementi che piano piano fanno scendere la percezione che c’è qualcosa che non va: ci finiamo dentro senza rendercene conto ed è lì che la mafia prolifera. Nel libro cito un episodio di segno contrario: quest’anno sono stati colpiti con attentati alcuni negozi, qui a San Severo, e uno di questi ha ricevuto subito il sostegno della gente e delle attività vicine: in poco tempo ha riaperto”.
  
Sul ghetto propone di migliorare lì, in loco, la situazione in cui versano i tantissimi lavoratori migranti. Ma così facendo non si giustifica il concetto stesso di ghetto? Non si rischia di mettere una pietra tombale su qualsiasi idea di integrazione?
“È una delle possibilità, quella che propongo, ma non è l’unica. La cosa che proprio non mi convince è che noi possiamo sapere qual è il bene degli altri senza nemmeno sentirli. Nessuno ha mai realmente chiesto loro perché vogliono stare lì… In realtà, ascoltandoli, ho capito che ci sono anche motivazioni che esulano dal mero discorso di avere un posto decoroso in cui abitare”.
  
Ha mai avuto a che fare direttamente con un esponente criminale del territorio?
“Indirettamente sì, attraverso modalità che io chiamo mafiose, come il ricevere lettere anonime di minaccia con le quali si esprimeva la volontà di controllare la diocesi, me stesso o il territorio”.
  
La festa della Madonna del Soccorso può essere un volano di miglioramento?
“Tutte le attività che creano corpo, identità, sono da promuovere. Uno dei problemi di San Severo è che ci si fida poco. Esperienze come questa sono estremamente coinvolgenti, diventano occasione per sentirsi bisognosi gli uni degli altri. È una festa che ha mille sfaccettature, non tutte positive, ma che potrebbe davvero ridare ai sanseveresi il senso di una comunità che è viva e unita, non sottoposta ad altre logiche”.
  
L’ultimo capitolo si intitola “La sinfonia delle differenze”. Come mai?
“È un’espressione che ho ‘rubato’ a Don Tonino Bello, il quale parlava di ‘convivialità delle differenze’. Siamo portati a cogliere il diverso come qualcosa di aggressivo e invece esprime solo un altro punto di vista. È un invito che va rivolto ai cristiani e non solo a loro: quando vengono messe insieme le differenze, si produce una sinfonia. E qualche volta può diventare un capolavoro”.

di Alessandro Galano


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