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Corsa a sindaco di Foggia, una campagna elettorale “living in the past”: ma futuro, ne abbiamo?

L’ultima settimana prima del voto

“Living in the past” cantavano i Jethro Tull, leggendaria band inglese con tanto di flautista rocker. Forse, a ben guardare, la vera colonna sonora di queste Comunali 2023. Già, perché sino a questo momento il passato – e il “vivere nel”, parafrasando la canzone – è stato il grande protagonista della campagna elettorale. La corsa a sindaco o sindaca di Foggia si è giocata molto negli armadi dei candidati, alla ricerca di scheletri in grado di mettere in difficoltà – talora in scacco – questo o quel candidato.

DI MAURO-MAINIERO E IL PECCATO ORIGINALE. A iniziare è stato il duo Di Mauro-Mainiero: un tempo vicini di casa, oggi acerrimi nemici, hanno trascorso gran parte della loro campagna elettorale a rimpallarsi a vicenda il peccato originale: quel Franco Landella dal quale fuggire a ogni costo, pena l’incenerente dito divino dell’elettore vendicativo. Un gioco a profitto zero, a ben guardare, visti i trascorsi di entrambi, per quanto a livelli diversi – l’uno suo figlioccio prima dello “scatto” leghista, l’altro parte della sua maggioranza seppur per pochi giorni. E sempre loro, stavolta singolarmente, si sono anche dovuti difendere dalle accuse di “parentele scomode”, in riferimento alla vicinanza/lontananza da certi cognomi locali – qui cavandosela meglio, in ragione delle illibate fedine di entrambi.

SPETTRI MONGELLIANI. Ma la dietrologia – o semplice storia personale – non conosce cavalleria: Maria Aida Episcopo, unica donna candidata a Palazzo di Città, si è dovuta difendere più volte per il suo passato “mongelliano”. Quell’assessorato durante la non indimenticabile legislatura di Gianni Mongelli – della cui giunta fu anche vicesindaca – per alcuni ha il suo peso specifico, avvalorato dalla scelta di candidare alcune vecchie cariatidi della politica locale: non proprio peccati originali ma, restando in tema biblico, di certo non veniali.

LA GOCCIA DI SUGO. Persino l’outsider Antonio De Sabato non può dirsi al sicuro: quel quarto d’ora o quasi da consigliere comunale (subentrò in qualità di primo escluso in lista) dell’ultima giunta, a pochi metri dalla scure giudiziaria che stava per abbattersi sul Comune, è come la goccia di sugo sulla camicia bianca della domenica. Più che difendersi però (fu l’a dir poco camaleontico Leo Di Gioia che gli lasciò il posto), in questi mesi De Sabato ha attaccato: nel mirino, sempre o quasi, Landella e soci, tanto da riservare uno spazio eccessivo, anche lui, al recente passato.

IL PROF. Se lo stimato docente universitario Nunzio Angiola non ha “colpe” politiche da espiare in città (forse perché forestiero), non lo stesso si può dire in merito alla sua carriera di tecnico e di onorevole. Nel primo caso, una condanna della Corte dei Conti macchia – seppur senza rilevanza penale e per un danno di poche migliaia di euro – la sua attività di esperto, in riferimento al periodo in cui ricoprì la carica di componente del Nucleo di Valutazione dirigenziale del comune di Torremaggiore (era il 2013 e i bonus erogati ai dirigenti furono considerati irregolari). Nel secondo caso, quella trasmigrazione da pentastellato a “calendiano” durante la passata legislatura ha lasciato perplessi non pochi elettori, seppur restando nel novero delle liceità politiche.

IL FUTURO, O IL DIVANO. E dunque? E dunque nulla, ci può stare. In un comune che fuoriesce da un commissariamento per mafia, misurare la tracciabilità dei proponenti è il minimo sindacale che un cittadino debba pretendere. Ma, appunto, il minimo. Perché alla vigilia dell’ultima settimana di comizi, con “il voto più decisivo della storia di Foggia” – com’è stato detto – ormai dietro l’angolo, un po’ di futuro sarebbe gradito. No, non i programmi elettorali: quelli sono slogan. Obiettivi di governo sintetizzati in una serie di “faremo”. Ciò che manca, dopo mesi di “living in the past, è il “come”. E questo è il momento di tirarli fuori. Tanto più che tocca convincere gli indecisi e qui la partita non si gioca tra i candidati, ma tra voto e divano. E il divano, vista la recente storia, ad oggi ha un passato immacolato.

di Alessandro Galano


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