Emiliano Moccia racconta l’umanità “piegata”: tra denuncia e formazione, il suo nuovo romanzo
“Funerale contromano”, edito da Les Flâneurs
"Ti sei mai sentito invisibile?" Emanuele lo domanda a sé stesso, anzitutto. Ma anche a chi sta da quest’altra parte – a chi legge – parlando in vece del suo autore. "Vivere senza che nessuno si accorga di te", dice, pensa, contempla. Mentre l’aereo sorvola all’incontrario il Mediterraneo, dall’Italia all’Africa, da Foggia al Gambia. Contromano, come il funerale che dà il titolo all’ultimo romanzo di Emiliano Moccia, giornalista professionista foggiano che da molti anni, e con impareggiabile perizia sul territorio, racconta gli ultimi.
IL LIBRO. Emanuele è la voce narrante di “Funerale contromano”, edito a dicembre scorso da Les Flâneurs, etichetta barese che non ha timore di sfidare le logiche “pop” editoriali: un libro su due senza fissa dimora che tentano di riportare a casa una salma. Tutto qua, ma non è affatto poco perché la salma, il cadavere, ha un nome. Said. Ha una storia, nonostante la sua giovane età. Ha una vita – è una vita; al pari dei tanti “non identificato” che il Mediterraneo ha ingoiato in questi anni di naufragi e sconfitte della civiltà, e che tanto fanno dannare quelli come Emiliano Moccia. Quelli che non si rassegnano a girare la testa dall’altra parte, a non guardare ciò che invece ci fissa e chiede un perché.
BRACCIANTI AFRICANI. Said è il nipote di Ibra, fratello di sua madre: ventenne, dal Gambia ha raggiunto lo zio per provare a raddrizzare la sua vita e quella dei familiari, lavorare, mandare soldi a casa – come tanti, come tutti. Sperava, sognava, ma è finito a Borgo Mezzanone, al ghetto, alla pista – come tantissimi, ancora una volta. Lì è più facile farsi arruolare dai caporali e un giorno, di ritorno dopo una giornata nei campi, trova la morte. Lui come altri braccianti agricoli assoldati in nero, sfruttati, tutti africani. Esattamente come le sedici vittime che nel giro di due giorni, il 4 e il 6 agosto del 2018, morirono sulle strade di Capitanata, l’asfalto rosso sangue come i pomodori che raccoglievano ogni mattina all’alba – a fine libro, nelle note, l’autore li ricorda.
SI PIEGA. È la scintilla che scuote Ibra e tira dentro Emanuele, vicini di letto al dormitorio di Foggia, l’uno operoso per necessità, l’altro inattivo per scelta, l’uno invecchiato tra pomodori e asparagi, l’altro strozzato dai ritmi di una vita non più vita; così diversi, eppure, nell’indigenza, amici. Decidono di dare degna sepoltura al giovane Said, riportarlo a casa, in Africa, dai suoi, bruciare le pire in suo onore al pari degli eroi morti in guerra dell’antica Grecia – perché se non è guerra, la vita di Said e di tanti altri come lui, allora cos’è? “Sei come un fantasma che cammina e si piega – si legge a metà romanzo – raccoglie e si piega, si sveglia e si piega, pensa e si piega. Con le fiamme dell’inferno che ti danzano di fianco, d’estate e d’inverno, senza pause”.
STORIE. Occorrono soldi per organizzare la lunga traversata e i due non ne hanno. Poco male, perché il vero viaggio non è in Gambia – dove pure arriveranno – ma qui, nella terra dell’oro rosso, nel cuore di un’umanità che Emiliano Moccia conosce bene. Storie di sangue e di fatica, di ingiustizia e di destino, come quella di Gloria che organizza il traffico di prostitute sulla Foggia-Cerignola – proprio lei, ch’è stata schiava a sua volta – o come quella di Sara, la “sposa bambina” scappata di casa e finita nella rete, con un figlio. E ancora: Youssouf, Imed e lo stesso Ibra: avevano poco più che vent’anni quando sono arrivati in Italia, adesso ne hanno oltre cinquanta e sono ancora qui, nei campi. Piegati.
VIVERE. “Funerale contromano” di Emiliano Moccia è un romanzo di denuncia, senza dubbio, ma anche una storia di formazione, anzi due: quelle di Ibra, di Emanuele. Il primo custodisce in un sacchetto il terriccio del villaggio natio, dice che lo libererà solo al suo ritorno, quello definitivo, quando tutto andrà meglio. Il secondo aspetta di ritrovare il coraggio per comprare il giornale di oggi, non accontentarsi di quello scaduto di ieri, provare a guardare nuovamente il futuro negli occhi. Invisibili che invisibili non sono, al contrario: come tutti, chiedono soltanto di vivere.
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