Poemetto in 12 componimenti brevi, ovvero plaquette, com’è d’uso dire, “Taverna” (Fallone Editore) è il terzo lavoro in versi di Giammarco di Biase, giovane e promettente poeta foggiano che ha esordito nel 2023 con l’apprezzato “S’aggrinza un astro” (Ensemble). Pubblicato a fine settembre, segue di circa dieci mesi il precedente e più composito “Solo le bestie” (Marco Saya Edizioni), a conferma di una vena tutt’altro che indomita.
BETTOLA. Una raccolta che forse, in parte, può essere definita una “coda sporca” delle bestie di cui sopra, stavolta declinate in chiave umana ma, come avverte in prefazione il noto scrittore Roberto Masi, di un’umanità spaventosa, spietata: “un coacervo di individui grotteschi, alienati e proprio per questo decisamente veri”. Surrealismo, meticciato linguistico, si dice, ma anche una “poesia che indugia tra i frammenti di una ciurma balorda”: è il popolo di “Taverna” che, nelle parole del poeta, è bettola e “latrina di stelle”; in ogni caso, un luogo da cui non si esce – lo dice, lo dichiara.
L’ASSENZA DI LEI. Manca qualcuno, comunque. “Lei”: un’assenza che irrompe già nella prima – fortissima – poesia: “L’unica a non presentarsi – si sentiva si scuoteva / nel fantoccio della luna, un capestro / dato in sorte agli anni della lunga attesa”. Un’assenza che vive nel ricordo mancato, talora affogato, della voce narrante – giacché questi dodici movimenti sono anzitutto narrazione, com’è per tutti i luoghi del narrabile, si tratti di poesia o di prosa.
MATERICO. Una Lei “fantasima” che ha “l’odore e l’osceno profilo della memoria” come in una celebre visione di Bartolo Cattafi, poeta materico com’è materico Giammarco di Biase in questo poema breve il quale, per densità e allucinazione, profuma di secondo Novecento. E poi reietti, vecchi, brutti, sdentati, paria dimenticati come Primo, ad esempio, la cui “gobba disorientata lo paventa / come una stella nel deserto / che parla ai tristi ai sempre più indignati cristi / di questa vita”. O come Ugo che “canta nel buio triste”, oppure Angela, la locandiera: “La barista che si infila bottiglie di scotch / sui capezzoli per allattare Benito”.
IL SUO CANTORE. “Questa bettola / di notte balla con un volto dentro ogni ciotola” si legge nell’ultima poesia, forse la più taverna, per così dire, fatta di “parole atroci” e dove pure, ancora, qualcosa palpita – “Solo tu dormi nella mia stella”. Un finale che riavvolge il nastro e racconta un popolo, un’assenza, un luogo non-luogo e il suo cantore, il quale sembra quasi di vederlo, lì, nella bettola, da qualche parte seduto, e sopra: “una specie di cielo per sopravvivere”.